Il libraio di Amsterdam

In quel di Siracusa, tra gli acciottolati della bella Ortigia, una simpatica signora siciliana mi ha presentato la famiglia Pradel, librai olandesi ad un passo dal turbolento Cinquecento, in fuga disperata dalle lotte politiche e religiose verso il futuro “dall’inconfondibile odore d’inchiostro e carta”: un piccolo romanzo dal cuore e dal valore altissimi, “Il libraio di Amsterdam”, dell’iraniana Pakravan Amineh, Marsilio Editore, 294 pagine, euro 18. I primi torchi di Lione, di Parigi e di Anversa, il porto di Amsterdam con le sue navi, i suoi colori, il suo odore di spezie appaiono come un velato sfondo al racconto di Guillame Pradel. Un uomo razionale, che sente il bisogno di capire e di mettere ordine nei fatti che hanno sconvolto la sua vita, cogliendo con semplicità i sentimenti di un intero periodo storico: sopraffatto nell’intimità della propria famiglia dal gorgo della violenza e dall’integralismo dogmatico che bagna di sangue le strade di Parigi nella notte di San Bartolomeo, e le terre della Fiandra in rivolta contro gli spagnoli. Un’opera straordinariamente attuale. Un viaggio all’interno del sentimento di appartenenza e del fanatismo religioso, descritti con la veridicità di una vita familiare, comprensibile nella sua carica di odio ed incomprensione. Facile e scorrevole nella lettura, l’autrice coglie nel piccolo cosmo della vita domestica anche la tremula speranza per l’avvenire, la facilità di diffusione dei libri attraverso la stampa, quale strumento inarrestabile del cambiamento. Travaglio difficile della ragione che porterà dalla fede alla tolleranza, dall’alchimia e dall’astrologia a una scienza fondata, secondo il motto del Galilei, sulle “sensate esperienze e le certe dimostrazioni”.

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