La mandragora, pianta dell’amore?

Per chi non la conoscesse l’identikit della mandragola o mandragora è questo: pianta erbacea perenne, con fiori violetti o bianchi e foglie lanceolate, fruttifica con delle bacche carnose giallastre delle dimensioni di una piccola mela. La radice emana un odore nauseabondo e ha un aspetto antropomorfo, tanto che,con un po’ di fantasia, vi si ravvisano le fattezze di un uomo e di una donna. Proprio la forma delle radici della mandragora e la difficoltà che si incontra nell’ estirparla dal terreno, hanno alimentato una serie infinita di credenze sulle virtù e sull’identità di questa insolita pianta. Benché si tratti di una specie che vegeta nelle zone umide e boscose del mediterraneo, aneddoti e leggende sulla mandragora sono fioriti a tutte le latitutdini. Citata nella Bibbia, e precisamente nel Cantico dei Cantici, come pianta capace di favorire l’amore e la fecondità, menzionata per le stesse virtù nel papiro di Ebers. Anche nella medicina ippocratica era considerata un’erba medicinale, utilizzata soprattutto per le sue proprietà antidepressive. Nel Medioevo si diffuse la credenza che nella pianta della mandragola vivesse un demone e che chiunque cercasse di sradicare la pianta sarebbe morto. Per evitare rischi la raccolta avveniva sacrificando un cane, di solito nero, che veniva legato per la coda o per il collo alla radice della pianta. La Mandragora era usata dagli Indù come allucinogeno e dai Cinesi come anestetico, ma soprattutto era considerata ovunque un potente afrodisiaco. Testimonianza ne è anche il fatto che ad Afrodite, la dea greca dell’Amore, sia stato dato l’appellativo di “Mandragoritis”. Per beneficiare delle virtù afrodisiache della pianta ne venivano ingerite piccole quantità di radice, oppure si portava addosso un amuleto costituito da un rametto di mandragora. Col tempo e con lo studio attento di quelle che sono le sue reali proprietà la mandragora ha perso il suo prestigio magico. Oggi le si riconoscono solo proprietà tossiche e narcotiche molto pericolose. Le sue radici contengono infatti un gruppo di alcaloidi, la cui azione è simile a quella dell’atropina che si estrae dalla belladonna. L’atropina è uno spasmolitico ma in dosi superiori a 3 mg è un veleno che provoca la paralisi letale del sistema nervoso centrale. Lo stato che produce nel cervello l’atropina è quello dell’ipnosi, simile alla fase Rem del sonno, quella in cui si sogna. E di questo anche gli antichi erano a conoscenza, tanto che mix a base di radice polverizzata di mandragora, ninfea e papavero sciolti nel vino, venivano trangugiati spesso e volentieri per gli effetti allucinogeni che producevano.