L’AMORE SOSPETTO

Intervista a Emmanuel Carrere Di che cosa parla “L’Amore Sospetto”? Oh, è molto semplice. Un giorno, un uomo si taglia i baffi che ha sempre portato da quando è adulto: lo fa in parte per divertimento e in parte per vedere la reazione di sua moglie. Ma lei non si accorge di niente, o meglio, così pensa l’uomo, fa finta di non accorgersene. È colpa sua, è lei che gli sta facendo uno scherzo, si convince l’uomo, lo sta stuzzicando. Vanno a cena da vecchi amici, ma anche loro non notano nulla. L’uomo pensa che lo scherzo prosegua, ma dopo un po’ decide che ne ha avuto abbastanza. Abbastanza di cosa? Aspettate un momento, dovete esservi accorti che mi sono tagliato i baffi! La moglie lo fissa incredula e gli risponde Ma dai, tu non li hai mai avuti i baffi! Ecco, questo è l’inizio della storia. Immagino di non aver risposto davvero alla sua domanda. Lei non mi ha chiesto come viene innescato il meccanismo infernale, ma che cosa ci sta dietro, di cosa parla il film nei fatti. Il problema è che non sono capace di dare una risposta. Il fatto singolare di questa vicenda è che il suo significato mi sfugge, come al lettore del libro, e ora, allo spettatore del film. È stato divertente durante le riprese, tutti erano convinti che io avessi la chiave finale della vicenda e che la stessi deliberatamente tenendo per me. E anche se continuavo a negare, facendo notare che era proprio il fatto di ignorare la storia che mi consentiva di narrarla, nessuno mi credeva. Il risultato è stato essere un po’ come uno psicanalista i cui pazienti suppongono che sappia la verità finale sull’oggetto dei loro desideri. È falso, naturalmente, ma fa andare avanti le cose, quindi mi sono comportato come se davvero sapessi quale direzione avrebbe preso la vicenda. Come le è venuta l’idea di far lavorare insieme Vincent Lindon ed Emmanuelle Devos? Ho scritto la sceneggiatura, con Jérôme Beaujour, pensando proprio a Vincent, che aveva accettato di interpretare il ruolo principale. Volevo un attore forte, fisico, con i piedi per terra e che, soprattutto, non desse l’idea di essere pazzo o fragile. Qualcuno di cui si potesse pensare Se capita a lui, ci sono buone probabilità che possa accadere anche a me. Emmanuelle Devos è arrivata più tardi. Abbiamo persino fatto uno screen test su video. Non per capire se fosse capace di recitare, beninteso, ma per verificare che lei e Vincent formassero una coppia plausibile. Per questo test, Jérôme e io avevamo scritto una breve scena domestica che non compare nel film: lui prepara il caffè per lei, lei toglie i piatti dalla lavastoviglie e intanto insieme commentano la cena che si è svolta la sera prima a casa di amici… Anche se Vincent ed Emmanuelle non si conoscevano, abbiamo subito avuto l’impressione che vivessero insieme da quindici anni. Quello per me è stato l’elemento chiave per la realizzazione del film: avevamo bisogno di credere in quella coppia e nella forza di quel legame, per poterci identificare nei protagonisti. Naturalmente, poi, hanno finito per recitare insieme scene molto diverse. L’intero film è visto, percepito, vissuto e direi persino pensato da Marc, mentre non sappiamo assolutamente nulla dei pensieri di Agnès: abbiamo accesso solo a quello che dice e fa, a quello che Marc le vede fare e dire. Per Emmanuelle è stato molto strano impersonare un personaggio di cui non conosceva la verità, per così dire, un personaggio che non aveva modo di conoscere dall’interno, che anche per lei risultava opaco. Le ho suggerito di giocare l’interpretazione sull’amore, di incarnare la moglie amorevole che vede il marito perdere il controllo davanti ai propri occhi e che fa tutto il possibile per aiutarlo. Ma, allo stesso tempo, Emmanuelle sapeva che il pubblico poteva considerare Agnès come una figura perversa, o persino folle, e che anche questo punto di vista era altrettanto giustificabile. È necessario un vero virtuoso per un simile ruolo. Perché ha scelto di trarre un film dal suo libro? Dopo Ritorno a Kotelnitch, volevo ricominciare da capo. Girare un altro film, ma facendo tutto l’opposto. Kotelnitch era nato senza una sceneggiatura, in un’atmosfera molto semplice ed essenziale ma assolutamente libera, basata fondamentalmente sulla mia fiducia in ciò che è, in ciò che accade. Questa volta invece volevo l’esatto opposto: una sceneggiatura, attori, regia, denaro, con tutti i vincoli e le manovre strategiche che ciò comporta. Questo desiderio di sperimentare la complessità dell’apparato cinematografico è venuto prima del desiderio di narrare una storia. Così ho deciso di comportarmi come un pittore che decide semplicemente di dipingere un soggetto. Perché non una natura morta? Perché non un vaso di fiori in un interno domestico? Per me, quel vaso di fiori è stato “L’Amore Sospetto”. E una volta che ho iniziato a osservarlo da vicino, mi sono reso conto che mi poneva interrogativi di natura puramente cinematografica. Nel passaggio dalla pagina allo schermo, le è stato possibile esprimersi in misura maggiore o esplorare percorsi alternativi? Utilizzando mezzi diversi, volevo che il film creasse lo stesso effetto del libro. Si tratta di un’esperienza disorientante, una specie di ottovolante mentale che ha lo scopo di creare una sensazione allo stesso tempo di disagio e piacere. Il libro e il film mirano allo stesso obiettivo e mi piacerebbe che la freccia scoccata vibrasse nello stesso modo, con lo stesso impatto ritardato. Vorrei che lo spettatore ci riflettesse dopo essere uscito dalla sala cinematografica, mi piacerebbe analizzarne le reazioni. Al di là di questo, la principale differenza tra libro e film è il fatto che i personaggi siano rappresentati da attori. E, naturalmente, il finale. La scelta di un finale diverso tra il libro e il film è stata pensata fin dall’inizio? Sì, è stata una delle premesse di base dell’adattamento cinematografico, non appena ho iniziato a discuterne con Anne-Dominique Toussaint. Il finale del libro, oltre che disperato, è fisicamente insostenibile e non mi sembrava quindi adatto. Tecnicamente, non sapevo proprio come avrei fatto a realizzarlo e, soprattutto, quella disperazione non mi interessava più. Forse è una questione d’età, ormai da quando ho scritto il libro sono trascorsi quasi vent’anni: mi sono ammorbidito… Invece della storia di un uomo che viene risucchiato in un vortice di follia, ho preferito mostrare come un uomo e una donna che si amano possano allontanarsi, viaggiando su due binari lontani anni luce e, alla fine, ritrovarsi ma in modo diverso rispetto all’inizio. Dallo stato di fusione e compenetrazione iniziale, i due protagonisti finiscono per fare spazio uno all’altra. È più difficile, significa ammettere che siamo soli in realtà, ma ritengo sia meglio. massimiliano valenzano