In certi romanzi succede tutto in una sera. Non perché la trama abbia fretta, ma perché una serata basta a far saltare i coperchi: quelli delle pentole, certo, ma soprattutto quelli dell’autocontrollo, dell’immagine, della classe sociale recitata con disinvoltura.
Teresa Präauer, con Cucinare nel secolo sbagliato (Marsilio), prende una situazione apparentemente innocua — una cena tra adulti — e la trasforma in un campo minato elegantissimo, dove ogni dettaglio è un segnale, ogni gesto è una performance, e ogni ospite porta con sé una piccola bomba a orologeria.
La protagonista, la padrona di casa, appartiene a quella generazione cresciuta con l’idea che il cibo sia un percorso di formazione: dalle omelette della nonna (con marmellata, perché la memoria non rispetta le regole) fino alla prima ostrica, salmastra e iniziatica. Ora ha superato i quarant’anni e si prepara a ricevere. Ma non ricevere nel senso semplice del termine: mettere in scena.
Tovaglioli di lino piegati in triangoli perfetti, fiori di campo per “far raccontare la vita” alla casa, tavolo di design danese, vaso di design finlandese, playlist jazz con quell’eleganza un po’ studiata degli ascoltatori “con poca competenza ma molto gusto”. È la cura maniacale di chi vuole distinguersi, ma con naturalezza, cioè: con la naturalezza che si costruisce con la fatica.
Eppure, come spesso accade nella vita vera (quella che non entra nelle stories), basta l’arrivo degli ospiti per far scricchiolare tutto. Entrano tardi, un po’ brilli, e soprattutto non vedono: non vedono la perfezione preparata, non vedono lo sforzo, non vedono le geometrie. Vedono se stessi, le loro battute, il loro ruolo nella serata. L’appartamento appena rimesso a posto viene attraversato da scie d’acqua sul pavimento, e quel gesto involontario è quasi simbolico: l’ordine viene segnato, la forma si rovina, la posa si incrina.
Da lì, la cena cambia pelle. I convenevoli e le chiacchiere colte iniziano a perdere la loro lucidatura e lasciano spazio a ciò che sta sotto: attriti culturali, tensioni erotiche, rivalità sottili, frustrazioni che non trovano posto nel discorso civile. È una dissolvenza progressiva delle inibizioni, un lento scivolare fuori dalla compostezza, mentre la padrona di casa prova disperatamente a tenere insieme la serata — e, in fondo, anche l’idea di sé che la serata dovrebbe confermare.
Quello che rende questo romanzo così efficace è la sua qualità più rara: l’intelligenza senza pesantezza. Präauer osserva con grazia e ironia una generazione innamorata delle immagini, delle forme perfette, del gusto come identità. E lo fa senza moralismi, ma con un’umoristica precisione chirurgica: ci mostra quanto sia fragile l’impalcatura su cui costruiamo il nostro “stile di vita” quando la realtà entra in casa con le scarpe bagnate.
È una commedia di costume nel senso migliore: brillante, affilata, e allo stesso tempo inquietamente vera. E quando il testo evoca la scia di Le cose di Perec e Il dio del massacro di Reza, non è per citazionismo: è perché anche qui l’apparenza domestica diventa una lente crudele, e l’appartamento — il cibo, il design, la musica, l’etichetta — si trasforma in un palcoscenico dove la crisi di senso contemporanea si rivela senza bisogno di proclami.
In un tempo iperconnesso e “curato” in superficie, Cucinare nel secolo sbagliato mette a nudo proprio ciò che ci spaventa: che possiamo essere impeccabili fuori e completamente disordinati dentro. E che la realtà, prima o poi, arriva comunque. Magari sotto forma di una cena che non doveva andare così.





