Settembre ha una caratteristica curiosa: non è più estate come prima, ma guai a parlargli già di autunno. Alle sette e mezza la luce comincia a cambiare, le giornate hanno improvvisamente recuperato un orologio e noi torniamo a pronunciare quella frase che a luglio sembrava appartenere a un’altra civiltà: “A che ora ceniamo?”

Durante l’estate abbiamo cenato alle otto, alle nove, alle dieci. A volte dopo un aperitivo diventato accidentalmente cena, altre quando qualcuno si ricordava che forse sarebbe stato opportuno mettere qualcosa in tavola. Agosto non giudica. Agosto vede una ciotola di olive, due bruschette e una fetta di cocomero e dice: benissimo, questa è organizzazione domestica.

Poi arriva settembre e, senza convocare nessuna riunione di famiglia, ci rimette a tavola.

Non ancora quella delle zuppe fumanti e delle teglie che escono dal forno, però. Fuori può fare ancora caldo, i sandali sono tutt’altro che archiviati e l’idea di una vellutata di zucca alle sette di sera può provocare una comprensibile crisi d’identità.

La cucina di settembre è più interessante proprio perché sta nel mezzo.

È il momento dei pomodori tardivi, ancora dolci e pieni di sole, che possiamo tagliare grossolanamente e condire con olio, sale, basilico o origano. Con una buona fetta di pane diventano già qualcosa di molto vicino alla felicità, senza richiedere diciassette utensili e una laurea in impiattamento.

Accanto possiamo mettere una frittata alle erbe aromatiche, magari con zucchine o le prime verdure della nuova stagione. È semplice, si prepara velocemente e funziona benissimo anche tiepida, dettaglio non trascurabile quando settembre decide di regalarci una serata da 28 gradi per ricordarci chi comanda.

Poi arriva l’uva.

A tavola la consideriamo quasi sempre frutta da fine pasto, quando invece può entrare magnificamente anche nei piatti salati. Qualche acino insieme a formaggi freschi o leggermente stagionati, noci e insalata crea un piatto che racconta perfettamente questo periodo: ancora fresco, ma con qualcosa di più morbido e avvolgente.

Lo stesso vale per i fichi.

Con una fetta di pane tostato, ricotta o un formaggio saporito e qualche foglia aromatica diventano un antipasto che sembra molto più elaborato di quanto sia realmente. Uno di quei piccoli trucchi culinari che conviene custodire gelosamente mentre gli ospiti pensano che abbiamo trascorso il pomeriggio ai fornelli. Non vedo perché correggerli.

E poi ci sono le prime verdure che iniziano a cambiare colore alla cucina.

Peperoni, melanzane e zucchine possono ancora raccontare l’estate, mentre bietole, cicorie, finocchi e ciò che comincia ad arrivare sui banchi suggeriscono lentamente un’altra stagione. Non serve mettere tutto nello stesso piatto come se stessimo compilando l’inventario dell’ortofrutta: basta scegliere due o tre ingredienti e lasciarli parlare.

Il menu ideale delle sette e mezza potrebbe quindi nascere senza troppe cerimonie: pomodori con pane croccante per cominciare, una frittata alle erbe o una torta salata semplice come piatto centrale, un’insalata con uva e formaggio accanto e, alla fine, fichi freschi.

Non è propriamente un menu estivo.

Non è ancora un menu autunnale.

Ed è esattamente questo il punto.

Settembre ci ricorda che non tutte le transizioni devono essere brusche. Possiamo ricominciare ad avere degli orari senza rinunciare alle finestre aperte. Tornare a sederci davvero a tavola senza preparare una cena complicata. Rimettere una tovaglia, prendere i piatti invece di mangiare direttamente dalla ciotola e continuare comunque a sentire un po’ d’estate nel bicchiere.

Fuori la sera arriva un po’ prima, dentro ricominciamo lentamente i nostri rituali. Il tavolo torna a essere il posto in cui ci raccontiamo la giornata, invece della superficie sulla quale ad agosto abbiamo appoggiato distrattamente occhiali da sole, chiavi, creme solari e qualunque altra testimonianza del nostro collasso organizzativo stagionale.

E quando abbiamo finito di mangiare, c’è ancora abbastanza tepore per restare qualche minuto con la finestra aperta.