Oggi abbiamo due letture Adelphi che ci hanno fatto compagnia in modo molto diverso, ma con la stessa identica cosa in comune: quella sensazione di “ci sto dentro”, come se qualcuno avesse acceso la luce su un pezzo di mondo e noi fossimo lì, a guardare (e a sentirci guardati).

“Vita tra i selvaggi” di Shirley Jackson: la casa come romanzo (e come trappola dolcissima)

La premessa è quasi disarmante: Shirley Jackson, quando non scrive storie capaci di farci venire i brividi, vive in una grande casa isolata nel Vermont con marito, quattro figli e un numero imprecisato di animali. E in mezzo a tutto questo aspetta un momento che lei stessa chiama (più o meno) il “miracolo serale”: quando i bambini finalmente vanno a letto e, per qualche ora, il caos abbassa la voce.

La cosa che ci conquista subito è il ritmo: non è “la trama” a portarci avanti, è la somma degli episodi—traslochi, commissioni ai grandi magazzini, babysitter improbabili, piccoli disastri domestici, influenza che gira in casa come un ospite fisso.
Eppure non c’è mai l’aria del diario carino, né della “mamma eroina” da poster: Jackson scrive con un’ironia che ci fa ridere sul serio e, due righe dopo, ci fa notare quanto il confine tra comico e inquietante sia sottile (a volte è solo una questione di “proporzione degli ingredienti”).

Cosa ci ha fatto dire “ok, questa siamo noi”

  • La lucidità: il quotidiano non viene abbellito, viene osservato. E quando lo guardi bene, diventa materiale narrativo puro.
  • La sensazione di corsa continua: non serve un mostro in soffitta; basta un’agenda piena, una casa piena, una testa piena.
  • Il tono “domestico” che non è mai innocuo: ogni scena sembra semplice, ma sotto c’è sempre un’ombra di straniamento—quella firma Jackson che riconosci anche quando parla di cucchiai e lettini.

Come lo leggeremmo (e come l’abbiamo letto)

A pagine brevi, anche solo 15 minuti: è quel libro che ci salva quando siamo stanchi e vogliamo una voce intelligente accanto. Funziona la sera, quando “finalmente silenzio”, ma anche al mattino, quando il mondo deve ancora partire e noi abbiamo bisogno di ridere prima di combattere con la giornata.

Adelphi: traduzione di Monica Pareschi; collana Fabula; 197 pagine.)

“La contessa” di Benedetta Craveri: l’arte di costruirsi (e distruggersi) un mito

Qui entriamo in un’altra stanza: quella della biografia che si legge come un romanzo, perché il personaggio al centro sembra nato per la narrativa. Benedetta Craveri racconta Virginia Oldoini Verasis di Castiglione—figura mondana, magnetica, imprevedibile—con un passo che non rinuncia al gusto del dettaglio e, allo stesso tempo, tiene sempre il filo del potere: chi lo desidera, chi lo esercita, chi ne paga il prezzo.

La “contessa” viene definita, senza troppi giri, come un personaggio “potentemente romanzesco”: bellissima, cinica, spregiudicata, sfuggente, con amicizie altolocate e un istinto politico molto sviluppato.
E a noi interessa soprattutto questo: la bellezza non come ornamento, ma come leva, come linguaggio, come arma (e talvolta come prigione).

Il dettaglio che ci ha ipnotizzati: lei e la fotografia

Nel mito della contessa, le immagini non sono un contorno: sono parte della sua strategia. Le fotografie legate a Pierre-Louis Pierson—spesso costruite e “dirette” dalla stessa Virginia—ci fanno capire quanto fosse consapevole del proprio personaggio, molto prima che esistessero i social e l’idea di “curare la propria immagine” diventasse normale.

E poi c’è il contesto storico: la contessa entra nelle stanze dove si decide, si sussurra, si manipola—e le leggende sul suo ruolo politico (anche come emissaria “informale”) non restano solo folclore, perché l’archivio e la ricostruzione danno sostanza a ciò che sembrerebbe solo scandalismo d’epoca.

Come si legge “La contessa” quando vogliamo goderla davvero

Con calma e con curiosità, magari tenendo un segnalibro “doppio”: uno per il filo della storia, uno per tornare sulle scene che sono puro teatro sociale. È un libro che ci piace quando abbiamo voglia di entrare in una vita come in un palazzo: stanza dopo stanza, porta dopo porta.

Adelphi: 452 pagine

Due letture, due effetti “post-pagina”

Con “Vita tra i selvaggi” ci resta addosso la sensazione che la casa—con tutto il suo rumore—sia una miniera narrativa, e che ridere non significhi sminuire, ma sopravvivere con stile.
Con “La contessa” ci rimane un pensiero più scomodo: che l’immagine può essere un linguaggio potentissimo e, proprio per questo, può diventare una gabbia dorata se non siamo noi a decidere quando entrare e quando uscire.