A volte non è fame.
È solo quella sensazione sottile, quasi filosofica, di voler fare spazio.
Fuori ci sono mille stimoli, mille ricette nuove, mille ingredienti di tendenza. Ma poi torni a casa, apri l’anta sopra il lavello e ti trovi davanti un esercito silenzioso di scatole, sacchetti, vasetti.
Il regno degli “ancora buoni” e dei “ma quando li ho comprati?”
Ecco. Lì inizia la vera magia.
La cucina di svuotamento.
Quella che non si basa sul menù settimanale ma sull’umore, sul tempo che hai e su quello che esce da una latta di ceci come se fosse il destino.
Non c’è niente di più soddisfacente del cucinare con quello che c’è.
Non perché siamo eroi dell’antispreco (anche se un po’ lo siamo).
Ma perché significa rimettere ordine nel caos, senza comprare nulla.
Quando usi quel pacco di farro che avevi dimenticato, o trasformi una lattina di fagioli in un pranzo vero, succedono piccole cose buone:
- ti senti più leggero (mentalmente, anche se stai mangiando una zuppa)
- ti senti competente, tipo adulto consapevole
- soprattutto: non devi andare a fare la spesa (che in certi giorni è l’unica vera vittoria)
È anche un esercizio di libertà.
Niente ricette da seguire. Solo intuito, voglia e un cucchiaio di legno.
Butti in padella cipolla, curry, i resti di una confezione di lenticchie rosse.
Scongeli due manciate di spinaci, li mischi a un riso dimenticato.
Scopri che quel vasetto di pomodorini secchi può dare senso a una pasta triste.
È come scrivere senza punteggiatura. Ma funziona.
E spesso viene fuori qualcosa che poi vuoi rifare. Anche con gli ingredienti giusti.
Cucinare così — con quello che c’è, senza programma, ma con gentilezza — fa bene a tutto:
alla testa, alla tasca, al frigorifero, all’autostima.
Non serve essere creativi. Basta essere disponibili. A improvvisare. A non chiedere troppo.
E se poi qualcosa finisce per diventare il tuo nuovo piatto preferito?
Tanto meglio.
La dispensa ne sarà orgogliosa.




