La valigia è ancora aperta sul pavimento, dentro c’è probabilmente un costume che dovrebbe essere lavato con una certa urgenza e sul tavolo si accumulano posta, chiavi, ricevute e tutte quelle piccole prove materiali del fatto che siamo ufficialmente tornati. Eppure, invece di occuparci della situazione, apriamo il computer e quasi senza rendercene conto cominciamo a cercare voli. Roma-Lisbona a ottobre potrebbe essere interessante, ma anche Siviglia non sarebbe male; poi controlliamo novembre, perché magari costa meno, e nel giro di dieci minuti siamo arrivati a consultare le tariffe per Tokyo pur avendo ancora la crema solare dell’ultima vacanza nel beauty case.
Non significa necessariamente che vogliamo partire di nuovo. A volte vogliamo soltanto sapere che potremmo farlo, ed è una differenza sottile ma fondamentale. Cercare un volo mentre la quotidianità sta tornando a richiuderci dentro orari, appuntamenti e lavatrici è un modo sorprendentemente efficace per lasciare aperta una piccola porta sull’altrove.
Il viaggio dopo il viaggio
Il rientro possiede una caratteristica poco elegante: ci restituisce tutto contemporaneamente. Tornano la sveglia, il lavoro, la spesa, il traffico, gli appuntamenti dimenticati e quella domanda delle sette di sera — “cosa mangiamo?” — che durante le vacanze sembrava stranamente più interessante, forse perché veniva pronunciata davanti a un mare o in una strada che non avevamo mai visto.
Viaggiare modifica infatti anche il peso delle cose normali. Fare colazione, camminare, scegliere un ristorante o prendere un autobus diventano esperienze leggermente diverse perché avvengono in un contesto nuovo; non sappiamo esattamente cosa incontreremo dietro l’angolo e persino sbagliare strada può sembrare parte del programma. Poi torniamo nel quartiere che conosciamo perfettamente, dove dietro l’angolo ci sono ancora la farmacia, il bar e il cassonetto della carta, fedeli come parenti che nessuno aveva invitato.
È proprio in quel momento che fantasticare sulla prossima partenza può prolungare la sensazione di possibilità lasciata in vacanza. Non stiamo necessariamente scappando dalla vita quotidiana: stiamo cercando di conservare per qualche giorno l’idea che il calendario contenga ancora qualcosa di imprevedibile.
Cercare voli è già una piccola evasione
Aprire un sito di viaggi non equivale automaticamente a comprare un biglietto. Spesso significa concedersi venti minuti durante i quali il prossimo fine settimana potrebbe svolgersi a Copenhagen invece che tra supermercato, lavanderia e quel cassetto che promettiamo di sistemare dal 2022.
Basta inserire una destinazione perché il calendario cambi improvvisamente aspetto. Un venerdì che fino a cinque minuti prima conteneva soltanto una riunione comincia a sembrare perfetto per partire alle 19.30; il lunedì successivo potrebbe forse diventare un giorno di ferie e, mentre stiamo ancora facendo questi calcoli assolutamente teorici, abbiamo già aperto le schede di tre hotel, controllato il meteo e individuato un piccolo ristorante dove apparentemente preparano la migliore colazione della città.
“Se partissimo venerdì sera…” è una delle frasi più pericolose del rientro, soprattutto quando viene pronunciata davanti a un computer e accompagnata dalla convinzione che stiamo guardando “solo per curiosità”. La curiosità, come sappiamo, ha già causato parecchi problemi all’umanità; adesso possiede anche una carta di credito salvata nel browser.
Forse ci piace soprattutto avere qualcosa davanti
Una parte del piacere del viaggio esiste prima ancora della partenza. Immaginare una destinazione, leggere qualcosa sul posto, decidere cosa vedere e persino chiedersi quali scarpe mettere in valigia costruisce una piccola anticipazione che modifica il modo in cui guardiamo le settimane precedenti.
Il calendario smette così di essere una sequenza indistinta di impegni e contiene un punto verso il quale andare. Non deve essere necessariamente una grande vacanza dall’altra parte del mondo: può trattarsi di un weekend, di una notte fuori, di una città raggiungibile in treno oppure semplicemente di una giornata trascorsa in un posto nel quale non siamo mai stati.
E, dettaglio non irrilevante, il viaggio immaginato possiede alcuni vantaggi rispetto a quello reale. Nella nostra testa non esistono ritardi, valigie perse, camere molto più piccole delle fotografie, temporali arrivati esattamente durante l’unico pomeriggio libero e persone davanti a noi che reclinano il sedile nel momento in cui compare il vassoio del pranzo. Nel viaggio fantasticato tutto funziona magnificamente, motivo per cui talvolta è quasi un peccato prenotarlo davvero.
La geografia segreta delle nostre ricerche
C’è chi conserva liste di destinazioni sul telefono, chi salva hotel, chi accumula fotografie di piccoli ristoranti, sentieri, spiagge, musei e case affacciate su mari che probabilmente non vedrà nei prossimi tre anni. Potrebbe sembrare una collezione di progetti incompiuti, ma in realtà questa geografia privata racconta spesso qualcosa di molto concreto sui nostri desideri.
Dopo un’estate rumorosa e piena di persone potremmo scoprire un improvviso interesse per baite isolate e paesi con dodici abitanti. Dopo mesi trascorsi alla scrivania potremmo cercare città enormi nelle quali camminare fino a consumare le scarpe, mentre dopo una vacanza organizzata con parenti, amici, bambini e diciassette opinioni differenti potremmo essere misteriosamente attratti da un albergo minuscolo dove nessuno conosce il nostro nome.
Le destinazioni che cerchiamo, insomma, non raccontano soltanto dove vorremmo andare, ma anche come vorremmo sentirci. A volte desideriamo silenzio, altre movimento, altre ancora semplicemente la sensazione di essere altrove per qualche giorno.
Non tutto ciò che cerchiamo deve essere prenotato
Naturalmente esiste quella fastidiosa istituzione chiamata conto corrente, che tende a riportare una certa sobrietà nelle fantasie geografiche. La nostalgia da rientro può renderci particolarmente sensibili al pulsante “prenota”, soprattutto quando compare una tariffa che il sito definisce irripetibile con un conto alla rovescia studiato appositamente per farci perdere ogni capacità critica.
Non è necessario trasformare ogni desiderio in una prenotazione. Possiamo salvare il volo, annotare la destinazione, costruire una cartella e tornarci qualche giorno dopo; se l’idea continua a entusiasmarci e budget, ferie e vita reale collaborano, allora possiamo iniziare a organizzarla sul serio. Se invece l’interesse svanisce, non abbiamo perso nulla: non tutti i viaggi immaginati devono diventare viaggi fatti.
Alcuni servono semplicemente a permetterci di trascorrere mezz’ora a Oaxaca mentre siamo sul divano e la lavatrice centrifuga nella stanza accanto. Considerando le circostanze, svolgono egregiamente il loro lavoro.
E magari la prossima partenza è molto più vicina
Questa voglia di evasione può anche aiutarci a ridimensionare l’idea stessa di viaggio. Non dobbiamo necessariamente attraversare un continente per interrompere la routine: una città a un’ora di treno, una mostra in un’altra regione, un pranzo in un paese mai visitato o una passeggiata fuori città possono restituirci quella sensazione di scoperta che associamo alle vacanze.
Settembre, oltretutto, si presta magnificamente alle piccole partenze. Le giornate conservano ancora qualcosa dell’estate, ma il ritmo comincia a cambiare e persino luoghi che ad agosto avremmo evitato con la stessa prudenza riservata a un centro commerciale il 23 dicembre possono tornare piacevoli. Non serve sempre andare lontano per avere l’impressione di essere partiti, e questa è un’informazione piuttosto confortante sia per il calendario sia per il conto corrente.
Quindi continuiamo pure a cercare
Prima o poi la valigia verrà disfatta, il costume finirà in lavatrice, le email saranno aperte e ricorderemo persino quale giorno passa la raccolta differenziata. Nel frattempo, però, possiamo lasciare aperta quella scheda con un volo per Lisbona, controllare quanto costa un weekend a Parigi oppure scoprire per puro caso che novembre sarebbe un mese magnifico per andare a Istanbul.
Magari non prenoteremo niente e fra tre giorni chiuderemo tutte le finestre del browser con grande maturità. Oppure quella ricerca distratta diventerà davvero un biglietto, una nuova valigia e un’altra mattina in cui fare colazione guardando una strada che non conosciamo.
Perché dopo una vacanza non ci manca sempre il posto dal quale siamo appena tornati. Molto spesso ci manca quella sensazione particolare che proviamo quando sappiamo che, da qualche parte davanti a noi, esiste ancora qualcosa che non abbiamo visto.
E allora continuiamo a cercare voli. Non significa necessariamente che vogliamo scappare di nuovo; forse vogliamo soltanto ricordarci che possiamo ancora partire.




