Ci sono Paesi che si visitano e altri che, ancora prima di partire, cominciano a lavorare sull’immaginazione. La Norvegia appartiene decisamente alla seconda categoria: basta pronunciare la parola “fiordo” perché compaiano montagne verticali, acqua scurissima, minuscole case rosse e quella luce del Nord capace di far sembrare drammatica persino una fermata dell’autobus. Poi arrivano i ghiacciai, le isole, gli animali artici e le strade che sembrano dirigersi verso un punto nel quale la geografia, semplicemente, decide di smettere.
Norvegia, pubblicato da L’Ippocampo, parte proprio da questa capacità del Paese di suscitare meraviglia e la trasforma in un viaggio per immagini e storie, spingendosi dai fiordi alle terre glaciali del Nord, dalle coste battute dal vento fino alle Svalbard. Non sembra interessato soltanto a mostrarci posti belli — impresa relativamente semplice quando il soggetto è questo — ma a restituire la sensazione dell’avventura, quella tentazione abbastanza infantile e meravigliosa di guardare una fotografia e pensare: voglio andare lì.
Dove finisce la strada comincia il viaggio
La Norvegia possiede una geografia che sembra costruita appositamente per rendere insufficienti le fotografie. I fiordi penetrano nella terra, le montagne precipitano nell’acqua e le coste si spezzano continuamente in isole, promontori e piccoli insediamenti che, osservati da lontano, sembrano essersi sistemati nel paesaggio cercando di disturbare il meno possibile.
Nel libro questa natura non è uno sfondo sul quale collocare ordinatamente qualche attrazione turistica. È la protagonista, e soprattutto determina il modo in cui l’uomo abita, attraversa e interpreta il territorio. Si naviga, si cammina, si scivola sulla neve, si affronta il mare; persino raggiungere certi luoghi diventa parte della loro storia.
E poi ci sono i fari, inevitabili. Solitari, esposti al vento, costruiti su lembi di terra che sembrano avere dimenticato il resto del mondo, possiedono quella particolare qualità per cui anche la persona più urbana improvvisamente pensa che potrebbe trasferirsi lì e scrivere un romanzo.
Dopo quarantotto ore probabilmente chiederebbe dove consegnano la pizza, ma questo il libro può gentilmente evitarci di scoprirlo.
Un drakkar che torna dal fiordo
Tra le storie raccontate c’è anche quella di un drakkar riemerso dalle acque di un fiordo, immagine che da sola basterebbe a ricordarci quanto il paesaggio norvegese sia continuamente attraversato dal proprio passato.
La storia vichinga, del resto, non appartiene soltanto a musei e ricostruzioni. In un territorio modellato dall’acqua, quelle imbarcazioni raccontano un modo di intendere il mare completamente diverso dal nostro: non come confine, ma come strada. Guardare oggi un’antica nave significa immaginare uomini che partivano da queste coste senza satelliti, previsioni meteo sul telefono e recensioni dell’alloggio. Una leggerezza organizzativa che preferiamo ammirare retrospettivamente.
Norvegia sembra muoversi proprio su questo doppio binario, lasciando convivere la memoria di un territorio antichissimo e le forme più sorprendenti della contemporaneità. Perché il Nord che racconta non è affatto congelato nel proprio folklore.
Cenare sotto il mare
A dimostrarlo ci sono anche luoghi decisamente contemporanei, come i ristoranti stellati che trasformano il paesaggio stesso in esperienza. Tra questi, il libro conduce persino sotto il livello del mare, dove architettura, cucina e ambiente marino finiscono per occupare contemporaneamente lo stesso campo visivo.
È un’altra Norvegia rispetto a quella delle capanne, delle slitte e dei fari, eppure non appare in contraddizione con essa. La natura continua a dettare le condizioni, soltanto che l’architettura contemporanea prova a dialogare con il paesaggio invece di limitarsi a guardarlo da una finestra.
Ed è forse questa alternanza a rendere interessante il viaggio proposto dal volume: non una Norvegia ridotta a fiordi e aurore boreali, per quanto difficilmente ci lamenteremmo, ma un Paese nel quale natura estrema, cultura, storia, cucina e design continuano a intrecciarsi.
Poi arrivano gli animali, e noi perdiamo ogni compostezza
Renne, aquile, trichechi, buoi muschiati, orsi bianchi: procedendo verso Nord cambia anche la fauna e il libro entra in territori nei quali la presenza umana sembra diventare progressivamente più piccola.
Il bue muschiato, con il suo aspetto da creatura sopravvissuta a un’era geologica particolarmente movimentata, appartiene a quei paesaggi aperti e severi nei quali la distanza acquista un significato diverso. Più a nord, alle Svalbard, il bianco domina tutto e la fauna artica ricorda molto chiaramente che qui siamo ospiti, non proprietari del panorama.
È una prospettiva che rende affascinanti queste pagine anche per chi non sta progettando concretamente un viaggio. Osservare il Nord significa misurarsi con una scala diversa, nella quale città, strade e presenza umana smettono per un momento di occupare tutto lo spazio.
E sì, davanti a un orso polare fotografato nel suo ambiente naturale torniamo tutti immediatamente bambini. È inutile mantenere un contegno editoriale.
Le Lofoten, ma su una tavola da surf
Poi il libro fa una cosa particolarmente sleale nei confronti di chi pensava di avere già abbastanza destinazioni nella propria lista: ci porta alle Lofoten.
Montagne appuntite, piccoli villaggi di pescatori, spiagge chiare e un mare che, almeno visivamente, potrebbe quasi convincerci di essere altrove. Finché non ricordiamo la latitudine.
E proprio qui compare uno degli accostamenti più sorprendenti del viaggio: il surf. La tavola entra in un paesaggio che associamo molto più facilmente a maglioni pesanti e zuppe fumanti, ricordandoci quanto siano limitate le immagini mentali con cui spesso cataloghiamo i luoghi. Il Nord non significa necessariamente immobilità, contemplazione e silenzio; può significare anche entrare nell’Atlantico con una muta e aspettare un’onda davanti a montagne innevate.
Alle Svalbard il bianco cambia le proporzioni
Se le Lofoten sembrano ancora appartenere a una geografia riconoscibile, le Svalbard spostano ulteriormente il confine. Qui il paesaggio diventa essenziale: neve, ghiaccio, montagne, mare e cieli enormi, con insediamenti umani che appaiono quasi provvisori davanti alla vastità dell’Artico.
Il libro ci conduce attraverso questo bianco anche in sella a una slitta, trasformando lo spostamento stesso in esperienza. Non c’è soltanto una destinazione da raggiungere; conta il rumore sulla neve, conta la distanza, conta quel senso di isolamento che nelle nostre giornate normalmente cerchiamo di combattere controllando il telefono ogni quattro minuti.
Di fronte a paesaggi così grandi accade qualcosa di curioso: l’occhio rallenta. Non c’è bisogno di riempire l’inquadratura perché è proprio il vuoto a diventare spettacolare, e una minuscola figura nel bianco può raccontare la dimensione di un luogo meglio di qualsiasi descrizione.
Un libro per partire, ma anche per restare
Norvegia funziona allora su due livelli. Naturalmente alimenta il desiderio di viaggio: alcune pagine avranno effetti poco salutari sul nostro autocontrollo e potrebbero provocare improvvise ricerche di voli per Oslo, Bergen o Tromsø. Ma è anche uno di quei libri che permettono di viaggiare senza trasformarsi immediatamente in organizzatori di itinerari.
Possiamo sfogliarlo per il piacere delle immagini, fermarci su un animale, scoprire un luogo del quale ignoravamo l’esistenza e tornare indietro qualche pagina perché quel faro in mezzo al nulla continua inspiegabilmente a chiamarci. È il fascino particolare dei bei libri di viaggio: non chiedono necessariamente una partenza, ma rendono il mondo un po’ più grande della stanza nella quale li stiamo leggendo.
E forse la Norvegia è particolarmente adatta a questo genere di esplorazione perché conserva ancora, almeno nel nostro immaginario, l’idea del confine. Il punto in cui la strada si assottiglia, gli alberi scompaiono, il mare diventa più scuro e davanti rimangono soltanto ghiaccio, vento e orizzonte.
Poi possiamo chiudere il libro e restare comodamente sul divano.
Certo.
Ma intanto abbiamo già controllato quanto costa il volo.





