Ci sono personaggi che viaggiano per conoscere il mondo e altri che sembrano farlo soprattutto per mettere qualche migliaio di chilometri tra sé e ciò che non vogliono affrontare. Quelli di Lawrence Osborne appartengono spesso alla seconda categoria. Cambiano continente, ordinano un altro bicchiere, entrano in alberghi dove nessuno conosce il loro nome e si convincono che una frontiera sia sufficiente a modificare le regole. Naturalmente non funziona. Il passato prende l’aereo, il desiderio passa la dogana e il destino, se proprio vogliamo saperlo, sembra avere un programma frequent flyer migliore del nostro.
È dentro questa geografia inquieta che si muove L’angelo in fiamme, pubblicato da Adelphi, volume che raccoglie per la prima volta i racconti di Osborne e concentra in una forma più breve molti degli elementi che hanno costruito il suo universo narrativo: luoghi lontani, denaro, alcol, ambizione, desiderio, pericolo e quella particolare sensazione che qualcosa stia per accadere quando ormai è probabilmente troppo tardi per impedirlo.
L’esotismo non è una cartolina
Manhattan Bridge, Java Road, Oman, Messico, Hong Kong, le isole Andamane: la geografia di Osborne potrebbe sembrare quella di un viaggiatore instancabile, ma il paesaggio non è mai semplice scenografia. I luoghi seducono, disorientano, modificano le distanze morali. Essere lontani da casa permette ai personaggi di credere, almeno per qualche tempo, di essere anche lontani dalle conseguenze delle proprie azioni.
Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti di L’angelo in fiamme: l’esotismo non offre consolazione. Non troviamo il viaggio inteso come esperienza salvifica, la scoperta dell’altro capace di rimettere miracolosamente in ordine un’esistenza occidentale un po’ stanca. Qui partire può significare anche perdersi meglio, avere più spazio per assecondare un’ambizione, un vizio, un desiderio o semplicemente una pessima decisione.
Osborne conosce bene il fascino dei luoghi di passaggio: bar, hotel, strade straniere, città nelle quali il protagonista possiede denaro ma pochissimi punti di riferimento. Sono ambienti perfetti per abbassare la guardia, soprattutto quando qualcuno ha già ordinato da bere.
Il pericolo arriva con molta educazione
Una delle qualità di queste storie sta proprio nel modo in cui la minaccia entra nel racconto. Non ha necessariamente bisogno di bussare alla porta brandendo qualcosa di terribile. Può presentarsi sotto forma di opportunità, di incontro fortuito, di affare troppo conveniente, di circostanza eccezionale che qualcuno decide di sfruttare.
C’è uno spregiudicato broker americano che durante la crisi del mercato immobiliare cinese incontra un banchiere di Hong Kong ancora più avido di lui. Il terreno sembra quello familiare della finanza, dove tutti pensano di sapere esattamente quanto rischio stanno correndo e soprattutto di essere più intelligenti della persona seduta dall’altra parte del tavolo. Osborne, però, lascia che avidità e sicurezza di sé lavorino lentamente fino a trasformarsi in una trappola.
È un meccanismo che ritorna nelle diverse storie: i protagonisti non sono necessariamente vittime innocenti di ciò che accade. Spesso collaborano con grande impegno alla costruzione della propria rovina, anche quando continuano a raccontarsi il contrario. Sono abbastanza intelligenti da intuire il pericolo e abbastanza arroganti, disperati o avidi da pensare di poterlo controllare.
Una combinazione che, in letteratura come nella vita, tende ad avere recensioni piuttosto negative.
L’ambizione davanti all’orrore
Tra i racconti più disturbanti per la situazione che mette in scena c’è quello dell’entomologa che, dopo uno tsunami alle isole Andamane, intravede in una circostanza atroce la possibilità di ottenere finalmente il riconoscimento scientifico che desidera. È un punto di partenza moralmente scomodo, ed è proprio lì che Osborne sembra trovarsi maggiormente a proprio agio.
Davanti alla catastrofe ci aspetteremmo solidarietà, paura, dolore. Ma l’essere umano possiede anche una notevole capacità di guardare l’orrore e domandarsi, magari soltanto per un secondo, “che cosa posso ricavarne?”. Osborne entra precisamente in quel secondo e decide di rimanerci.
Non sembra interessato a distribuire assoluzioni o condanne preventive. Gli interessa piuttosto osservare il momento in cui un personaggio trova una giustificazione abbastanza convincente da permettergli di oltrepassare un limite. La razionalità diventa allora uno strumento straordinariamente elastico: possiamo usarla per capire ciò che stiamo facendo oppure per spiegarci perché abbiamo tutto il diritto di farlo.
Le avvisaglie che scegliamo di non vedere
Altrove troviamo una ricca coppia newyorkese incapace di riconoscere ciò che sta arrivando, nonostante premonizioni, segnali e infine fatti sempre più difficili da ignorare. Anche qui la tragedia non irrompe improvvisamente: si annuncia, manda messaggi, lascia tracce. Sono i personaggi a decidere, consapevolmente o meno, che quelle tracce non meritino attenzione.
È un meccanismo molto umano. Se una verità rischia di modificare radicalmente la nostra vita, possiamo impiegare una quantità sorprendente di energia per convincerci che non sia ancora abbastanza vera. Un segnale diventa una coincidenza, due segnali un periodo sfortunato, tre segnali qualcosa di cui occuparsi più avanti. Poi arriva la realtà, che ha il fastidioso difetto di non interessarsi molto alle nostre strategie di rimozione.
Nei racconti de L’angelo in fiamme aleggia così un senso di fatalità che non coincide necessariamente con il soprannaturale. Il destino può essere semplicemente la somma delle decisioni prese, delle occasioni sfruttate, dei segnali ignorati e di quella convinzione molto diffusa secondo cui le conseguenze riguardano soprattutto gli altri.
Un altro bicchiere, prima che succeda qualcosa
E poi c’è l’alcol, presenza quasi naturale in questo mondo. Si beve per noia, per abitudine, per facilitare una conversazione, per attenuare una paura o semplicemente perché il bicchiere è lì. Non occorrono grandi spiegazioni: bere diventa una piccola anestesia portatile, particolarmente comoda quando la realtà comincia ad assumere contorni poco piacevoli.
Osborne usa questa presenza senza trasformarla necessariamente nel centro del racconto. È parte dell’atmosfera e, soprattutto, del modo in cui molti personaggi cercano di regolare la distanza fra sé e ciò che sta accadendo. Un bicchiere può rendere sopportabile un’attesa, meno nitido un sospetto, più semplice una decisione che da sobri avremmo forse esaminato con maggiore prudenza.
Il racconto come forma della tensione
La dimensione breve sembra particolarmente adatta a questo universo perché obbliga Osborne a eliminare quasi tutto ciò che non serve. Ogni storia deve costruire rapidamente un luogo, una situazione e soprattutto quella sensazione di minaccia che precede l’evento vero e proprio. Non abbiamo bisogno di sapere tutto dei personaggi; bastano alcuni gesti, una professione, un’ambizione, il modo in cui osservano qualcuno o decidono di ignorare un dettaglio.
Il risultato è una narrativa nella quale l’atmosfera conta quanto l’azione. Sappiamo che qualcosa potrebbe spezzarsi, ma non sempre sappiamo dove. E continuiamo a leggere proprio per questo, seguendo personaggi che spesso possiedono un rapporto con il rischio molto simile a quello che altre persone hanno con un animale domestico: sanno che potrebbe creare problemi, ma ormai se lo portano ovunque.
La forma del racconto accentua anche l’imprevedibilità. Cambiano città, paesi, professioni e circostanze, mentre resta una medesima pressione sotterranea: la certezza che il controllo sia provvisorio e che basti pochissimo perché una situazione apparentemente gestibile riveli la propria natura.
Non importa quanto lontano siamo andati
Forse il filo più forte che attraversa L’angelo in fiamme è proprio questo. Possiamo spostarci, cambiare scenario, circondarci di persone che non conoscono la nostra storia e convincerci che in un altro luogo valgano regole differenti. Ma continuiamo a portare con noi ciò che siamo, comprese le nostre debolezze, le ambizioni, l’avidità, la paura e quella formidabile capacità di prendere una decisione sbagliata spiegandoci con grande eleganza perché fosse l’unica possibile.
Il mondo di Lawrence Osborne è internazionale, sofisticato, sensuale e spesso pericoloso, ma sotto l’esotismo rimane qualcosa di molto vicino. I suoi protagonisti cercano di dominare le circostanze attraverso il denaro, il cinismo o la razionalità; tentano di trasformare l’imprevisto in opportunità e la disperazione in distacco. Solo che il distacco non protegge da ciò che sta arrivando.
Ed è qui che il titolo sembra acquistare tutta la sua forza: un angelo può suggerire protezione, mentre il fuoco racconta già la possibilità della distruzione. Fra le due cose si muovono questi racconti, abitati da persone convinte di avere ancora un margine di manovra mentre il margine si restringe.
Il destino, nei racconti di Osborne, non ha bisogno di cercarci. Siamo spesso noi ad avergli lasciato l’indirizzo.





