L’ESTATE DELLE PICCOLE COSE

Storie minime. Emozioni enormi.

Ci sono frasi che appartengono all’estate più del rumore del mare. Una di queste arriva generalmente verso la fine di una cena all’aperto, quando i piatti sono ancora sul tavolo, qualcuno ha già dichiarato di non riuscire a mangiare più niente e un altro, con l’autorevolezza di chi sta per prendere una decisione fondamentale per il destino dell’umanità, domanda: “Prendiamo un cocomero?”

E improvvisamente c’è posto.

Sempre.

La cena era cominciata qualche ora prima, magari con l’intenzione molto civile di mangiare qualcosa di veloce. Due pomodori, un po’ di mozzarella, del pane, un’insalata. Niente di impegnativo.

Poi qualcuno ha portato una focaccia.

Qualcun altro ha trovato delle olive.

È comparsa una bottiglia fresca, sono arrivate altre sedie e quella cena che doveva durare mezz’ora ha cominciato lentamente a perdere qualsiasi rapporto con l’orologio.

Le cene in terrazza d’estate funzionano così.

Non hanno bisogno di essere perfette. Anzi, probabilmente diventano più belle proprio quando smettono di esserlo.

Il tovagliolo vola via per il vento, il ghiaccio si scioglie troppo velocemente, qualcuno si lamenta delle zanzare mentre continua imperterrito a stare fuori e dal balcone accanto arriva una televisione accesa che nessuno riesce a ignorare completamente.

Nel frattempo la luce cambia.

Il cielo passa dall’azzurro al rosa, poi diventa blu scuro. Le voci si abbassano, le conversazioni si allungano e iniziano quei racconti che a tavola, durante l’inverno, difficilmente trovano spazio.

Forse perché d’estate abbiamo meno fretta di concludere.

Restiamo seduti anche quando abbiamo finito di mangiare. Spostiamo i bicchieri, raccogliamo distrattamente qualche piatto, poi ci sediamo di nuovo perché qualcuno ha appena iniziato una storia e ormai vogliamo sapere come va a finire.

Ed è proprio allora che arriva lui.

Il cocomero.

Non come dessert, sarebbe riduttivo. Il cocomero è praticamente il secondo tempo della serata.

Qualcuno va a prenderlo dal frigorifero e torna abbracciandolo come se avesse appena vinto un premio. Poi arriva il momento del taglio, accompagnato inevitabilmente dai commenti degli esperti.

“È maturo.”

“Secondo me è buonissimo.”

“Guarda che colore.”

In Italia siamo capaci di trasformare l’apertura di un’anguria in una commissione tecnica.

Le fette arrivano a tavola fredde, enormi, assolutamente incompatibili con qualsiasi tentativo di mangiare con eleganza. Il succo scende sulle dita, qualcuno chiede un altro tovagliolo e quello che mezz’ora prima sosteneva di essere “pienissimo” è già alla seconda fetta.

Ma il bello non è nemmeno il cocomero.

È quello che succede intorno.

È restare ancora un po’.

È il tavolo ormai completamente disordinato, i bicchieri mezzi pieni, le bucce accumulate in un piatto e quella sensazione che la giornata non abbia ancora nessuna intenzione di finire.

Sono serate apparentemente insignificanti. Non le programmiamo mesi prima, non compriamo un biglietto per viverle e probabilmente non scattiamo nemmeno fotografie particolarmente belle.

Eppure sono proprio quelle che, anni dopo, tornano alla memoria con una precisione sorprendente.

Ricordiamo una voce.

Una risata.

Una terrazza.

Il caldo che finalmente si era fatto sopportabile.

E magari quel cocomero che, secondo qualcuno, era “il più dolce mangiato quest’anno”, frase pronunciata almeno sette volte ogni estate.

Forse l’estate delle piccole cose è tutta qui.

Nel momento in cui nessuno vuole ancora alzarsi da tavola.

Nella notte che finalmente porta un po’ d’aria.

Nella sensazione di avere ancora tempo.

E in quella domanda apparentemente banalissima che, prima o poi, qualcuno farà:

“Prendiamo un cocomero?”

La risposta, naturalmente, è sì.

Anche se avevamo appena detto di non riuscire più a mangiare niente.