Tutti abbiamo quel cassetto.
Quello dove finiscono le chiavi misteriose, gli scontrini con la faccia, le graffette tristi, la crema scaduta nel 2019, le pile che non si sa se sono scariche (ma lo sono).
Il cassetto che non ha mai avuto un nome vero, solo suoni tipo:
“Quello lì.”
“Quello sotto il microonde.”
“Quello delle cose.”
Una domenica mattina, colpiti da un impulso che somigliava alla follia o alla stanchezza cronica, abbiamo deciso di aprirlo. E sistemarlo.
Decluttering, lo chiamano.
Noi preferiamo: “affrontare le conseguenze dell’accumulo emotivo in forma di oggetti.”
Dentro c’era tutto.
Un caricatore di un telefono morto da due generazioni.
Un biglietto del treno con una data precisa: 22 ottobre 2014 (quella volta che siamo partiti arrabbiati e tornati peggio).
Una boccetta di profumo vuota che sa ancora di qualcuno che non vediamo da anni.
Due batterie.
Tre bottoni. Nessuna maglia.
Una medaglietta con scritto “Tommy” (non abbiamo mai avuto un animale di nome Tommy).
E poi una vecchia lista:
“Comprare avocado. Scrivere. Dormire.”
Ogni oggetto aveva una piccola voce.
Che non urlava, ma raccontava.
Di quel periodo in cui volevamo imparare a cucinare davvero.
Delle lampadine comprate senza sapere di che attacco avevamo.
Di un capodanno in cui credevamo che i nostri sogni avrebbero avuto un piano d’azione entro marzo (spoiler: no).
Abbiamo buttato poco, alla fine.
Alcune cose sono rimaste lì, rimesse con cura.
Altre sono state spostate in un altro cassetto, sempre senza nome.
Perché non tutto si può chiudere in una scatola “da eliminare”.
A volte serve solo metterlo in ordine. Dargli un posto nuovo. Sapere che c’è.
Ci eravamo detti: “Facciamolo per liberare spazio”.
Ma forse volevamo solo vedere cosa abbiamo lasciato indietro, e se siamo pronti a lasciarlo davvero.
Ecco, il vero decluttering è quello che fai quando smetti di aspettarti un risultato e inizi ad ascoltare cosa ti stai raccontando mentre tieni in mano un vecchio elastico rotto.




