In “In me dorme un grido”, Francesca Diotallevi racconta la creatrice del Giardino dei Tarocchi: l’arte, gli affetti e il prezzo di scegliere la propria strada.
Un giardino può cominciare molto prima della prima scultura. Per Niki de Saint Phalle comincia nella necessità di dare una forma a ciò che preme dentro. Su un terreno scosceso della Toscana, dove altri riconoscono soltanto difficoltà, lei vede lo spazio per un’impresa enorme. Seguiamo questa intuizione e incontriamo una donna che cerca un luogo da costruire secondo le proprie regole. Per arrivarci ha attraversato il ricovero, le separazioni, la rabbia. E ha trovato nei materiali un modo per esprimersi quando le parole non bastavano.
È la vicenda al centro di In me dorme un grido, il romanzo di Francesca Diotallevi pubblicato da Neri Pozza, in libreria dal 6 ottobre 2026. Una proposta per le letture di ottobre che ci porta dentro il rapporto fra una vita inquieta e la creazione del Giardino dei Tarocchi.
Prima del giardino
Nella storia presentata dal romanzo, il percorso artistico di Niki passa inizialmente attraverso gesti piccoli: raccogliere foglie, accostare carta, usare la colla. Durante il ricovero, questi materiali diventano una possibilità di azione. Poi arrivano la creta, gli smalti, le vernici. Il lavoro cresce, occupa spazio, acquista una forza sempre più difficile da contenere.
Ci colpisce soprattutto questa concretezza. Prima delle opere monumentali ci sono mani che cercano qualcosa da fare, superfici da modificare, oggetti da trasformare. Guardare la vicenda da qui ci permette di avvicinarci all’artista senza fermarci alla notorietà del suo nome.
Con i colpi di fucile, la rabbia trova una manifestazione dirompente. È uno dei passaggi più forti della storia proposta da Diotallevi: ciò che è rimasto soffocato diventa un gesto visibile, capace di scuotere chi guarda.
Il prezzo delle scelte
La libertà di Niki porta con sé conseguenze dolorose. L’allontanamento dai figli, la rottura con la famiglia d’origine, la salute compromessa accompagnano il suo percorso. Sono aspetti che ci invitano a sostare sulle contraddizioni della protagonista, senza risolverle troppo in fretta.
Possiamo riconoscere la necessità di una scelta e interrogarci, nello stesso tempo, su ciò che quella scelta comporta per gli altri. La maternità, gli affetti e il lavoro creativo occupano uno spazio comune, spesso conflittuale. È qui che la storia di un’artista diventa anche una domanda vicina: quanto siamo disposti a cambiare della nostra vita per poterla sentire nostra?
Accanto a Niki troviamo Jean Tinguely, lo scultore delle macchine animate. Il loro incontro introduce l’amore e la condivisione artistica in un’esistenza segnata da fratture. Un legame da osservare insieme alle altre forze che rendono possibile la sua impresa.
Costruire un luogo in cui abitare
Il Giardino dei Tarocchi dà a questa ricerca una dimensione monumentale. Ventidue sculture, legate agli Arcani maggiori, prendono forma attraverso un lavoro che coinvolge artisti arrivati da lontano e persone del posto. Vetro e specchi richiedono mani, tempo, competenze. L’immaginazione individuale diventa una costruzione collettiva.
Tra l’Imperatrice, il Diavolo, la Papessa e il Mago, la vicenda riunisce paure e desideri. Il giardino offre uno spazio fisico a ciò che Niki porta con sé: possiamo leggerlo come il tentativo di rendere abitabile anche la parte più difficile della propria storia.
Che cosa accade quando smettiamo di tenere nascosto ciò che ci muove e proviamo a costruirgli un posto nel mondo? Nel percorso di Niki, la risposta passa attraverso il lavoro, gli incontri e la tenacia necessaria a tornare, giorno dopo giorno, su quel terreno.





