Ci sono parole che appartengono soltanto alle famiglie. Piccoli codici privati che, all’esterno, sembrano insignificanti ma che per chi li ha vissuti custodiscono un intero mondo.
Per Emmanuel Carrère, una di queste parole è “kolchoz”.
Nell’infanzia dello scrittore francese indicava un rito semplice e felicissimo. Quando il padre era lontano per lavoro, a lui e alle sue due sorelle era concesso abbandonare le proprie camere per trasferirsi nella stanza dei genitori. La madre aveva dato un nome a quella piccola festa domestica: fare kolchoz. I tre bambini si sistemavano attorno al letto matrimoniale, chi sul materasso, chi sui cuscini, trasformando una notte qualunque in un momento speciale.
Molti anni dopo, quando la vita ha ormai seguito il suo corso e i tre fratelli sono diventati adulti, quel rito torna in modo inatteso e profondamente commovente. Questa volta non c’è l’attesa di una notte diversa dalle altre, ma la consapevolezza di un addio imminente. Riuniti nella stanza dell’hospice dove la madre trascorre le sue ultime ore, i tre figli si raccolgono nuovamente attorno al suo letto. È l’ultimo kolchoz.
Da quell’esperienza nasce il nuovo libro di Emmanuel Carrère, pubblicato in Italia da Adelphi, un’opera che è insieme memoir, saga familiare, biografia e grande racconto storico.
Una storia che attraversa generazioni
Chi si aspetta un semplice libro autobiografico rimarrà sorpreso.
Carrère utilizza il ricordo della madre come punto di partenza per costruire un affresco molto più ampio, che attraversa il Novecento europeo e segue le vicende delle famiglie russe e georgiane da cui discendeva Hélène Zourabichvili.
Le loro esistenze si intrecciano con rivoluzioni, esili, guerre, cambiamenti politici e migrazioni che hanno segnato profondamente la storia del continente. Il risultato è una narrazione che possiede il respiro delle grandi saghe familiari, pur mantenendo sempre l’intimità e la precisione che caratterizzano la scrittura di Carrère.
Mentre leggiamo, abbiamo spesso la sensazione che la storia privata e quella collettiva diventino impossibili da separare.
Il ritratto di una donna straordinaria
Il vero centro emotivo del libro resta però Hélène Carrère d’Encausse.
Storica di fama internazionale, studiosa dell’Unione Sovietica e successivamente della Russia contemporanea, Hélène è stata una delle figure intellettuali più influenti della Francia del secondo Novecento, fino a diventare segretaria perpetua dell’Académie française.
Sarebbe stato facile trasformarla in un monumento. Carrère sceglie invece una strada molto più interessante.
La racconta nella sua complessità. Ne mostra il talento, l’ambizione, la disciplina e la straordinaria determinazione, ma non nasconde gli aspetti più difficili del suo carattere. La sua durezza, il bisogno di riconoscimento, le rigidità e le contraddizioni emergono con la stessa sincerità delle qualità che l’hanno resa una donna eccezionale.
È proprio questa onestà a rendere il ritratto così potente.
Una dichiarazione d’amore senza idealizzazioni
Uno degli aspetti più affascinanti di Kolchoz è il modo in cui Carrère affronta il rapporto con la madre.
Non cerca di assolverla né di giudicarla. Non costruisce una figura eroica e nemmeno una figura problematica da decostruire. Cerca semplicemente di comprenderla.
Il libro diventa così una lunga e complessa dichiarazione d’amore, forse la più intensa che uno scrittore possa dedicare a un genitore. Un amore che accetta le imperfezioni, riconosce le ferite e non rinuncia alla verità.
In questo senso Kolchoz parla a tutti. Perché al di là della storia straordinaria della famiglia Carrère, racconta qualcosa che riguarda ciascuno di noi: il tentativo di capire davvero le persone che ci hanno cresciuto e che continuano ad abitare la nostra memoria anche quando non ci sono più.
Carrère al suo meglio
Da anni Emmanuel Carrère occupa un posto particolare nella letteratura contemporanea. I suoi libri sfuggono alle definizioni tradizionali, mescolando autobiografia, reportage, storia e narrativa con una naturalezza che pochi autori possiedono.
Con Kolchoz sembra tornare al cuore stesso della sua ricerca letteraria. La famiglia, la memoria, l’identità, il peso delle origini e il rapporto tra verità e racconto sono tutti temi che attraversano la sua opera da decenni, ma qui acquistano una profondità nuova.
Il risultato è un libro ricco, commovente e ambizioso, che riesce a essere contemporaneamente il ritratto di una donna straordinaria, la storia di una famiglia e il racconto di un intero secolo.
Perché leggerlo
Kolchoz è uno di quei libri che confermano la capacità di Carrère di trasformare una vicenda privata in una riflessione universale.
Parla di memoria, di eredità e di appartenenza. Parla del modo in cui il passato continua a vivere dentro di noi. Ma soprattutto parla di famiglia, con tutte le sue contraddizioni, le sue ombre e il suo inesauribile potere narrativo.
E alla fine della lettura resta impressa proprio l’immagine da cui tutto comincia: tre fratelli riuniti attorno a un letto, come quando erano bambini. Un gesto semplice che contiene un’intera vita.





