Ci sono libri che raccontano una storia e libri che, una volta chiusi, continuano a porre domande. “Il giornalista e l’assassino” di Janet Malcolm appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Pubblicato da Adelphi Edizioni e introdotto da uno scritto di Emmanuel Carrère, è considerato uno dei saggi più importanti e controversi mai scritti sul giornalismo, sulla sua etica e sul delicato rapporto tra chi racconta una storia e chi quella storia la vive.

Il libro prende le mosse da un caso giudiziario che, negli Stati Uniti, ha segnato profondamente l’opinione pubblica. Il medico Jeffrey MacDonald viene accusato e successivamente condannato all’ergastolo per l’omicidio della moglie e delle due figlie. Convinto della propria innocenza, decide di aprire completamente le porte della sua vita allo scrittore Joe McGinniss, autore incaricato di raccontare il caso. MacDonald collabora con lui senza riserve, gli permette di seguire il processo, di conoscere la strategia difensiva e di entrare nella sua quotidianità, persuaso che il libro avrebbe contribuito a dimostrare la sua estraneità ai fatti.

Le cose prendono però una direzione completamente diversa. Quando il volume viene pubblicato, McGinniss descrive MacDonald come un uomo manipolatore, narcisista e psicologicamente disturbato, sostenendo di fatto la sua colpevolezza. Sentendosi ingannato, il medico cita in giudizio lo scrittore per frode, dando origine a una vicenda che supera rapidamente i confini della cronaca giudiziaria per trasformarsi in una riflessione molto più ampia sul mestiere di raccontare la realtà.

È proprio qui che Janet Malcolm costruisce il cuore del suo saggio. L’omicidio, il processo e la battaglia legale diventano quasi un pretesto per interrogarsi sulla natura stessa del lavoro giornalistico. La domanda che attraversa ogni pagina è tanto semplice quanto scomoda: può esistere un giornalismo completamente onesto?

L’incipit del libro è ormai entrato nella storia della letteratura contemporanea. Malcolm afferma che ogni giornalista sufficientemente lucido sa di svolgere un mestiere fondato, almeno in parte, sulla seduzione e sull’inganno. Una frase che ha suscitato infinite discussioni perché mette in crisi l’immagine romantica del reporter come osservatore neutrale e disinteressato.

Secondo l’autrice, chi racconta una storia instaura inevitabilmente un rapporto di fiducia con la propria fonte. Ascolta, comprende, rassicura e conquista la confidenza dell’interlocutore. Ma nel momento in cui scrive, quella relazione cambia natura. Il giornalista non lavora più per la persona che ha di fronte, bensì per i lettori e per la verità che ritiene di avere individuato. È in questo passaggio che nasce quello che Malcolm definisce un inevitabile tradimento.

Il valore del libro sta proprio nella sua capacità di evitare risposte semplici. Janet Malcolm non assolve né condanna. Preferisce esplorare le zone d’ombra della professione, mostrando quanto sia sottile il confine tra osservazione e partecipazione, tra empatia e distanza critica, tra il diritto di raccontare e quello di proteggere chi decide di parlare.

Per questo motivo “Il giornalista e l’assassino” non è un semplice libro di true crime. L’omicidio resta sullo sfondo, mentre il vero protagonista diventa il processo attraverso cui una storia prende forma. Ogni intervista, ogni appunto, ogni scelta narrativa viene analizzata come parte di un meccanismo complesso in cui verità, interpretazione e responsabilità finiscono inevitabilmente per intrecciarsi.

A distanza di decenni dalla sua prima pubblicazione, il saggio conserva una sorprendente attualità. Nell’epoca dei social network, delle informazioni in tempo reale e delle narrazioni costruite continuamente davanti agli occhi del pubblico, le domande poste da Janet Malcolm risultano forse ancora più urgenti. Chi racconta una storia? Con quale responsabilità? E soprattutto, fino a che punto è possibile farlo senza modificare il destino delle persone coinvolte?

Sono interrogativi che riguardano non soltanto i giornalisti, ma chiunque oggi produca, condivida o consumi informazione. Ed è probabilmente questa la ragione per cui il libro continua a essere letto, discusso e considerato un’opera fondamentale per comprendere non soltanto il giornalismo, ma anche il fragile equilibrio tra verità, narrazione ed etica.