LA PELLE DELL’ ORSO
Anni Cinquanta. In un villaggio nel cuore delle Dolomiti vivono Domenico, un ragazzino sveglio  ma  introverso,  e  il  padre  Pietro,  un  uomo  consumato  dalla  solitudine  e  dal  vino, che per campare lavora alle dipendenze di Crepaz. Il rapporto tra padre e figlio  è aspro e difficile, i lunghi silenzi li hanno trasformati in due estranei.

Una notte la tranquillità della valle viene minacciata dal diaol, il diavolo, un orso vecchio e feroce che ammazza una vacca dentro una stalla. La comunità è in preda a un terrore superstizioso  e  non  ha  la  forza  di  reagire.  Una  sera  all’osteria  in  uno  scatto  d’ orgoglio, Pietro  lancia  una  sfida  a  Crepaz:  ammazzerà  l’orso  in  cambio  di  denaro.  La  sfida  viene raccolta tra le risate e lo scetticismo generale.  È l’occasione che Pietro aspettava da tempo, il mattino dopo, senza dir nulla a nessuno parte  per  la  caccia.  Domenico  lo  viene  a  sapere  e  decide di seguirlo.  A  sua  volta abbandonerà  la  sicurezza  del  paese  per  avventurarsi  verso  l’ignoto.  Padre  e  figlio  si immergono nei boschi, sempre più a fondo, fino ad esserne inevitabilmente trasformati. A poco  a  poco  si  riavvicinano,  si  riconoscono  e  il  muro  che  li  separava  si  sgretola  nell’immensità della natura.
Mentre leggevo La pelle dell’orso, il libro di Matteo Righetto da cui il film  è stato tratto, ho subito pensato di aver trovato il soggetto ideale per raccontare la mia storia. Quella di un   viaggio   al   contempo   fisico   e   spirituale,   un’esperienza   iniziatica   per   il   giovane protagonista  che  lo  spinge  a  riavvicinarsi  al  padre  dopo anni  di  silenzi  amplificati  dall’assenza della madre e dalla vita dura di montagna. Rispetto al libro volevo disegnare un mondo  più  duro  e  complesso,  e  trovare  un  equilibrio  tra il  racconto  di  genere, le suggestioni fantastiche  e l’intimità  di  un rapporto  difficile  tra  padre e figlio.  È  nata  così  la sceneggiatura, scritta insieme a Enzo Monteleone e a Marco Paolini.  Il  film  racconta  la  grandezza  del  piccolo  uomo  mentre  affronta  la  grande  bestia,  il superamento  di  quella  linea  d’ombra  che  segna  l’uscita  dell’uomo  dall’età  dell’innocenza per entrare in quella delle grandi sfide contro i mostridella natura e dello spirito. Oltrepassi la  linea  e  non  sei  più  lo  stesso.  E  così  sarà  per  Domenico.  Le prove  della  vita  non  si superano  senza  coraggio,  il  coraggio  per  combattere  non  solo l’orso  ma  anche  il  dolore per  una  perdita  e  la  paura  del  futuro.  Temi  e  strutture  presenti  nei  grandi  romanzi americani, da Le avventure di Tom Sawyer di Mark Twain ai racconti di Ernest Hemingway e Jack London. A questi riferimenti si sovrappone l’epos antispettacolare dei racconti e dei romanzi  di  Mario  Rigoni  Stern,  una  lezione  importante  soprattutto  per  la  descrizione  dei boschi,  delle  montagne  e  delle  vite  degli  uomini  che li abitano.  Uno  stile  che  si  sofferma sulla  contemplazione  della  natura,  sui  piccoli  gesti,  sui  momenti  sospesi, attento  alle  vite degli uomini semplici e alla loro relazione con il mondo contadino.

Era  mia  intenzione  fare  un  film  che  esplorasse  le  regole del “genere”senza  però rimanerne  schiacciato.  Ne  è  uscito  un  film  molto  personale,  intimo ed  essenziale,  nell’osservare  da  vicino  gli  stati  d’animo  dei  protagonisti  e  il  loro  conflitto.  Una  fiaba  nera ancorata  alla  realtà,  dove  il  realismo  della  vicenda  viene  spinto  al  limite  fino  a  sfiorare  il fantastico. Come per l’orso, elemento quasi soprannaturale, che nella storia incarna tutte le paure più ancestrali. Il bosco quindi è il luogo centrale dello scontro/incontro tra padre e figlio, tra Domenico e el Diàol.

Qui è la natura a imporre le proprie regole e gli uomini sono costretti a rispettarle. Fin  da  subito  ho  pensato  a  Marco  Paolini  nel  ruolo  del  padre  e  lui  ha  accettato  una doppia  sfida:  quella  di  mettersi  nelle  mani  di  un  regista esordiente  e  quella  di indossare una  maschera  inedita,  da  costruire  con  silenzi  e  sguardi, in  un film  un  po’ anomalo  per i canoni del cinema italiano.  Marco Segato

 

JOLEFILM E RAI CINEMA
presentano
LA PELLE DELL’ORSO
Un film di
Marco Segato
Con
Marco Paolini, Leonardo Mason, Lucia Mascino
e con 
Paolo Pierobon, Maria Paiato, Mirko Artuso, Valerio Mazzucato, Massimo
Totola
Tratto dal romanzo 
“La pelle dell’orso”
 di Matteo Righetto edito da Ugo Guanda Editore
data di uscita: 
3 novembre 2016
Distribuzione
Parthénos