Una narrazione profonda e delicata, ambientata nell’Inghilterra del Settecento, dove l’arte non basta a salvare ciò che si incrina in silenzio
Ci sono romanzi che sembrano usciti da un quadro, ma che si muovono sotto la superficie.
Non con colpi di scena, ma con piccole incrinature emotive, dettagli sussurrati, gesti che restano impressi più di qualsiasi pennellata.
Le figlie del pittore, romanzo d’esordio di Emily Howes, edito da Neri Pozza, è così:
una storia elegante e dolorosa, ambientata nell’Inghilterra del Settecento, ma capace di parlarci con un’intimità molto presente.
Ci siamo lasciati trascinare nel mondo del pittore Thomas Gainsborough, tra le stanze buie della casa di Ipswich e la sua ossessione per il ritratto perfetto.
Moglie, figlie, clienti altolocati: ognuno catturato su tela, ma mai del tutto raccontato.
Al centro, ci sono loro: Molly e Peggy, due sorelle inseparabili, complici, diverse.
Una inizia a perdersi nei vuoti della mente.
L’altra impara a costruire storie per proteggerla.
E già da qui si capisce: non sarà un romanzo comodo.
C’è la grazia di Austen, ma con un cuore più ombroso.
C’è la fragilità nascosta dietro i buoni tessuti e i rituali della borghesia.
C’è una madre stanca, un padre che guarda altrove, una società che non sa gestire ciò che esce dai binari dell’apparenza.
E ci sono le due sorelle, che si muovono prima nei campi selvaggi del Suffolk, poi nella compostezza rigida di Bath, dove “diventare donne” significa adattarsi in fretta o sparire.
Il romanzo riesce a raccontare la follia senza giudizio, la sorellanza senza romanticismo, e l’amore — quello che arriva inaspettato — come una fessura da cui entra finalmente un po’ di aria.
Peggy, costretta a fare da custode alla sorella maggiore, inizia a capire che non è più solo una figlia o una sorella, ma qualcosa di più.
E questo “qualcosa” avrà un prezzo.
Emily Howes scrive con uno stile raffinato, quasi pittorico: lento, curato, ma mai lezioso.
Ci ha conquistato per la capacità di rendere visibile ciò che normalmente si nasconde: il disagio mentale, la vergogna familiare, le scelte impossibili.
E soprattutto, ci ha lasciato con quella sensazione dolceamara che certi romanzi sanno dare: essere entrati in una storia troppo vera per dimenticarla.





