Succede

Il cervello è in modalità “modalità aereo”.
Hai usato troppe parole al lavoro, in famiglia, nella chat del condominio.
Non vuoi raccontare la tua giornata, non vuoi sentire quella degli altri.
Vuoi solo una zuppa. Quella zuppa.

E ognuna di noi ne ha una.
La zuppa personale, automatica, rituale, un po’ sempre uguale —
come un abbraccio che non pretende nulla.

🥕 “Taglio due verdure e poi basta”

La versione base.
Carota, patata, cipolla.
A volte zucchina.
Butti tutto in pentola.
Un filo d’olio, acqua, dado se sei in fase nichilista.
La lasci lì. Come te. Anche lei non ha voglia di fare troppo.

🫘 “L’avevo in dispensa, quindi è destino”

Fagioli in barattolo. Ceci. Lenticchie rosse.
Qualcosa che non va ammollato.
Una base di cipolla e aglio, un po’ di rosmarino se ti senti poetico/a.
Viene fuori densa, scura, silenziosa.
Perfetta per mangiare davanti a una serie che non ti coinvolge emotivamente.

🥣 “La vellutata beige”

Semplice, monocromatica, terapeutica.
Topinambur, cavolfiore, zucca, quello che hai.
La passi col minipimer come per dire “non voglio più vedere nemmeno i pezzi”.
Ci versi un giro d’olio e basta.
Non parli. Non guardi nessuno. Ma ti senti meglio.

🍞 Cose da mettere sopra (senza impegno)

  • pane vecchio tagliato male
  • semi casuali trovati nel fondo di un sacchetto
  • formaggio grattugiato, ma senza entusiasmo

😶‍🌫️ Non è solo una zuppa. È una dichiarazione.

È il piatto che dice:
“Non voglio parlare. Ma voglio stare al caldo.”
E la cosa sorprendente è che funziona sempre.
Più della meditazione. Più del vino. Più delle parole.