Ci sono personaggi che la storia ha trasformato in un soprannome e altri che, al contrario, sono diventati così celebri da rendere difficile distinguere l’uomo dal mito. In entrambi i casi resta qualcosa da cercare: una voce cancellata, un documento da verificare, una morte liquidata troppo in fretta, una menzogna pronunciata dalla persona che meno vorremmo sospettare. È in questo territorio instabile, dove ciò che sappiamo non coincide necessariamente con ciò che è accaduto, che si muovono due romanzi molto diversi eppure attraversati dalla stessa inquietudine.

Con Mia signora di pietra e vento di Katia Tenti e La valigia perduta di Hemingway di Angelo Petrella, Neri Pozza ci porta dal Tirolo del Trecento alla Parigi del 1929. Da una parte una donna che deve sottrarsi al destino deciso dagli uomini e, sette secoli dopo, un’antropologa chiamata a liberarne la figura dalle deformazioni della memoria; dall’altra un giovane poliziotto aspirante scrittore che entra quasi per caso in un’indagine popolata dalle grandi figure della Parigi letteraria. Due romanzi nei quali il passato non è un fondale elegante, ma qualcosa che continua a chiedere di essere interpretato.

Mia signora di pietra e vento: Margarete prima di Maultasch

Margarete guarda il Tirolo dalle mura del castello mentre il vento gelido le gonfia la gonna. È ancora una bambina e davanti a lei c’è quella che viene chiamata la Bella Terra, fatta di montagne, valichi e aquile, ma a pochi passi di distanza gli adulti hanno già stabilito quale sarà la sua funzione nel mondo. Unica erede di un casato decisivo negli equilibri politici dell’Europa del Trecento, Margarete possiede territori, nome e sangue troppo importanti perché il matrimonio possa essere lasciato a una faccenda irrilevante come la felicità personale.

Katia Tenti parte da questa condizione per raccontare una donna destinata a non comportarsi come ci si aspetta da lei. Margarete si ribella a un marito crudele e inetto, sfida l’autorità del Pontefice, affronta gli Asburgo e prova a esercitare un potere che il suo tempo considera naturalmente maschile. La sua vicenda politica e personale finisce così per intrecciarsi con il modo in cui verrà ricordata, perché la storia non si limita a conservare i fatti: conserva anche i giudizi di chi ha avuto la possibilità di raccontarli.

Di lei è sopravvissuto infatti anche il soprannome poco lusinghiero di Maultasch, Boccalarga, quasi che un’intera esistenza potesse essere compressa in una deformazione caricaturale. Ed è proprio qui che il romanzo apre una seconda linea temporale, spostandosi di settecento anni e affidando a un’altra donna il compito di capire chi fosse davvero Margarete.

Arianna e il rischio di trovare proprio la verità che desideriamo

Arianna Miele è un’antropologa incaricata di curare una mostra dedicata all’ultima Contessa di Tirolo-Gorizia. Il suo lavoro consiste nel separare ciò che può essere documentato da ciò che i secoli hanno sovrapposto alla figura di Margarete, ma la ricerca assume un peso particolare quando emerge un editto attribuito alla contessa che sancirebbe l’inviolabilità del corpo delle sue suddite. Prima di trasformarlo in una scoperta straordinaria, però, bisogna dimostrarne l’autenticità.

Per Arianna quel documento rappresenta anche l’occasione professionale della vita e potrebbe offrirle una stabilità importante mentre cresce da sola sua figlia. Proprio per questo la ricerca diventa più delicata: non deve lasciarsi guidare da ciò che vorrebbe trovare, né dalle aspettative di chi desidera trasformare Margarete nel simbolo di battaglie contemporanee. Riscattare una donna dal discredito storico non significa inventarle un’identità più conveniente al presente, ma provare a restituirle quella che realmente ebbe, anche quando è più difficile da incasellare.

È uno degli aspetti più interessanti del romanzo, perché mette in comunicazione le due protagoniste senza ridurle a un facile gioco di specchi. Margarete deve trovare uno spazio di libertà in un mondo nel quale altri pretendono di decidere per lei; Arianna deve invece difendere la libertà della ricerca persino dalle proprie speranze. In mezzo ci sono sette secoli, documenti, interpretazioni e quella domanda che accompagna ogni ricostruzione del passato: quanto di ciò che crediamo di sapere appartiene davvero alla persona e quanto a chi l’ha raccontata?

La valigia perduta di Hemingway: Parigi, 1929, una porta chiusa

Con Angelo Petrella il paesaggio cambia completamente. Siamo nella Parigi del 1929, in una primavera insolitamente fredda, e Marcel è un giovane agente semplice di polizia che coltiva un’ambizione parallela: diventare scrittore. Durante una ronda viene richiamato dalle grida provenienti da un vecchio palazzo popolare e interviene insieme a un collega per sedare una lite tra un uomo e la sua cocotte. Potrebbe finire lì, se non fosse per un gatto che gratta contro una porta chiusa e un odore dolciastro che arriva dall’interno.

Dietro quella porta una musica jazz continua a suonare davanti a una donna morta. I superiori preferirebbero archiviare il caso come suicidio, ma Marcel trova troppi particolari difficili da far coincidere: la lettera d’addio non lo convince, la scena presenta incongruenze e il volto della vittima sembra chiedergli di non accontentarsi della spiegazione più comoda. Decide quindi di continuare a indagare da solo, scelta notoriamente eccellente per chi desidera una vita tranquilla e assolutamente indispensabile per chi si trova dentro un noir.

La ricerca lo trascina in una Parigi febbrile, colta, sregolata e piena di fumo, tra atelier, caffè letterari, notti interminabili e spettacoli sabotati dai surrealisti. Le figure che Marcel incontra appartengono oggi al pantheon culturale del Novecento, ma nel romanzo tornano a essere presenze vive: Man Ray, James Joyce, Kiki de Montparnasse, Henry Miller, Luis Buñuel, Zelda Fitzgerald. E naturalmente Ernest Hemingway.

Quando il sospettato è anche un mito

Hemingway ha i baffoni, un viso apparentemente bonario, uno sguardo difficile da decifrare e soprattutto ha mentito sul proprio rapporto con la vittima. Per un investigatore sarebbe già abbastanza per insospettirsi; per Marcel la faccenda è più complicata, perché l’uomo che potrebbe essere coinvolto nel caso è anche lo scrittore affermato che incarna qualcosa di ciò che lui stesso sogna di diventare.

Petrella costruisce così una tensione particolarmente interessante: indagare significa non soltanto cercare un colpevole, ma essere disposti a guardare dietro la superficie delle persone che abbiamo trasformato in miti. L’ammirazione può diventare un punto cieco, e Marcel deve capire quanto sia disposto a vedere proprio quando ciò che scopre rischia di rovinare l’immagine che aveva costruito.

Intanto Parigi continua a ballare. Gli anni Venti stanno finendo, i caffè sono ancora pieni, il jazz suona e le avanguardie sembrano convinte che il mondo possa essere reinventato ogni sera; il lettore, però, conosce ciò che la città non può ancora sapere e percepisce già l’ombra degli anni Trenta. Questa consapevolezza aggiunge alla vicenda una malinconia sotterranea: la festa continua, ma qualcosa sta per cambiare definitivamente.

Il passato come indagine

È qui che i due romanzi finiscono per incontrarsi, pur senza bisogno di assomigliarsi. Katia Tenti parte da una figura storica deformata dalla reputazione e costruisce una ricerca che attraversa settecento anni; Angelo Petrella entra invece nella Parigi letteraria attraverso un mistero e usa l’indagine per interrogare il rapporto fra celebrità, verità e zone d’ombra.

In entrambi i casi il lettore viene invitato a diffidare delle versioni troppo ordinate. Margarete non può essere ridotta al soprannome con cui è stata tramandata, così come Hemingway non può essere protetto automaticamente dall’aura che il suo nome porta con sé. Da una parte bisogna togliere strati di discredito, dall’altra attraversare strati di fascinazione; il movimento, però, è lo stesso: guardare ancora.

Ed è forse questo il piacere particolare di due romanzi storici costruiti non soltanto sulla ricostruzione di un’epoca, ma sulla necessità di interrogarla. Il Tirolo medievale e la Parigi del 1929 diventano mondi da attraversare, certo, ma anche luoghi nei quali capire chi ha avuto il potere di raccontare la storia, chi è rimasto intrappolato nel racconto degli altri e quali segreti continuano a vivere dietro le immagini che credevamo definitive.

Perché il passato, a quanto pare, non ha alcuna intenzione di starsene educatamente nel passato. Basta un editto, una porta chiusa o una lettera poco convincente e ricomincia tutto.