Firenze, autunno del ’43, quartiere San Frediano. Un armadio cela il nascondiglio di speranza che servirà per sfuggire alle persecuzioni razziali e guadagnarsi la salvezza. Sullo sfondo una guerra che tutto travolge con inaudita ferocia.  In primo piano una donna, Clara, sola con i suoi figli, la sua famiglia, che diventa l’inaspettata protagonista di una vicenda di profondo amore e rispetto per la vita.
Clara, energica levatrice, che fa partorire al ritmo del “Canto di Ulisse”, che gira di giorno e di notte e corre ovunque a far nascere figli. Ma degli estranei le piombano in casa all’improvviso. “Ebrei? Come ebrei?” Cosa fare? Qual è la strada giusta per non fare del male agli altri e proteggere la propria famiglia?
 La commedia si dipana come una cronaca famigliare, tingendosi di giallo con un finale a
sorpresa, in una corsa contro il tempo che lascia col fiato sospeso. Un noir a tinte civili che scivola lungo il filo delle emozioni, coi tratti del montaggio cinematografico e i tempi della drammaturgia popolare, a volte tragica, a volte spiritosa, ora amara, ora solenne.
Un piccolo palpitante affresco di una città, di un momento nostra Storia, scandito da un uso sapiente dei dialetti, fiorentino e napoletano, che si rifà alla tradizione di “Napoli milionaria”. Per ricordarci cosa significa vivere con la guerra in casa. Per ricordarci che «della guerra bisogna aver paura… prima».