A gennaio ci conosciamo: ripartiamo pieni di buoni propositi, ma la concentrazione arriva a strappi. Un momento siamo carichi, quello dopo stiamo fissando lo schermo senza davvero esserci. E allora facciamo una cosa molto più intelligente che forzarci: ci costruiamo una playlist “ripartenza”, cioè un set di brani che ci rimette in carreggiata quando vogliamo tornare presenti, lucidi e produttivi.
Non è “musica a caso”. È un piccolo strumento quotidiano: la mettiamo, e il cervello capisce che siamo entrati in modalità focus.
Perché la musica ci aiuta davvero a concentrarci
Quando ascoltiamo qualcosa di coerente, con un ritmo stabile e senza troppi “colpi di scena”, la mente smette di saltare da un pensiero all’altro e si appoggia a un flusso. La musica, in pratica, ci fa da binario: riduce il rumore di fondo e ci aiuta a iniziare (che è sempre la parte più difficile).
Il punto, però, è scegliere bene. Perché la playlist giusta ci sostiene, quella sbagliata ci distrae.
La regola d’oro: stessa energia, poche sorprese
Per il focus, funzionano meglio brani che:
- hanno un tempo regolare
- non cambiano atmosfera ogni trenta secondi
- restano su un’energia media (né troppo “party”, né troppo “ninna nanna”)
- hanno poche parole o una voce “strumentale” (che non ci ruba attenzione)
Se invece mettiamo canzoni che amiamo e sappiamo a memoria, rischiamo di cantare, ricordare, pensare… e addio lavoro.
Tre playlist “ripartenza” (copiabili) in base al momento
Non esiste una playlist unica per tutto. Noi ne usiamo tre, perché la concentrazione non è sempre uguale.
Playlist 1: “Accensione” (quando non riusciamo a partire)
Questa serve quando siamo fermi, svogliati, impastati. Qui vogliamo una musica con:
- ritmo chiaro
- energia pulita
- brani che spingono senza aggressività
Come suona: elettronica soft, indie strumentale, pop minimale, beat lineari.
Quando usarla: prima ora di lavoro, rientro dopo pranzo, lunedì mattina.
Playlist 2: “Focus profondo” (quando dobbiamo reggere a lungo)
Qui l’obiettivo è entrare nel flusso e rimanerci. Funzionano:
- brani lunghi e coerenti
- poche variazioni
- sound “avvolgente”
Come suona: ambient, lo-fi, neo-classica, post-rock leggero, colonne sonore senza picchi.
Quando usarla: scrittura, studio, task complessi, editing.
Playlist 3: “Chiusura pulita” (quando dobbiamo finire senza crollare)
Questa è per gli ultimi 30–45 minuti: ci serve concentrazione, ma anche un’energia che ci accompagni a chiudere bene, senza ansia.
Come suona: downtempo, chill elettronico, soul morbido, jazz contemporaneo leggero.
Quando usarla: per spuntare le ultime cose, sistemare, preparare il giorno dopo.
Il trucco che cambia tutto: durata e rituale
La playlist funziona quando diventa un rituale. Facciamola così:
- durata: 45–60 minuti (perfetta per un blocco di lavoro)
- niente shuffle, ordine fisso (il cervello si “abitua” e si rilassa)
- stessa playlist per lo stesso tipo di attività
Poi abbiniamo un gesto semplice: cuffie, acqua sul tavolo, telefono lontano. Tre cose, sempre uguali. E il corpo capisce che è ora di concentrarsi.
Test rapido: come capiamo se una playlist ci distrae
Se succede anche solo una di queste cose, non è la playlist giusta:
- cambiamo brano spesso
- ci viene voglia di cercare altra musica
- cantiamo o seguiamo le parole
- il volume sale e scende in continuazione
- ci “sveglia” con picchi improvvisi
In quel caso, facciamo pace: non siamo noi “sbagliati”. È la selezione.
Ingredienti perfetti per una playlist focus
Se vogliamo costruirla da zero, teniamo questa lista:
- brani strumentali o con voce molto discreta
- ritmi medio-bassi e costanti
- poche pause e poche intro lunghissime
- sound coerente (stessa palette sonora)
- zero canzoni che ci fanno venire nostalgia o emozioni forti (bellissime, ma non per lavorare)
La nostra mini-guida per crearla in 10 minuti
- scegliamo il tipo (Accensione / Focus profondo / Chiusura pulita)
- prendiamo 10 brani con lo stesso mood
- eliminiamo quelli che ci fanno “seguire la storia”
- mettiamo 2 brani jolly che funzionano sempre
- salviamo la playlist e la usiamo per una settimana senza modificarla
Dopo sette giorni la aggiustiamo. Non prima. Perché la costanza è parte dell’effetto.
Quando NON usare la musica (e cosa fare invece)
Se dobbiamo fare un lavoro che richiede parole (scrivere testi complessi, leggere, studiare), a volte la musica con voce ci frega. In quel caso:
- scegliamo strumentale
- oppure passiamo a suoni neutri (rumore bianco, pioggia, ambiente)
Sì, è meno “divertente”. Ma funziona.




