Un fiore può avere la fermezza di una statua. Un corpo può diventare geometria. Un volto può smettere di raccontare una biografia e trasformarsi in luce, ombra, linea. Nelle fotografie di Robert Mapplethorpe la bellezza non è mai un ornamento aggiunto alla realtà: è qualcosa da cercare con ostinazione, quasi da estrarre dal soggetto attraverso la composizione. E quando finalmente appare, ha spesso la precisione inquietante delle cose che sembrano non poter essere diverse da come sono.
È questa disciplina dello sguardo ad attraversare Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza, la grande retrospettiva ospitata dal Museo dell’Ara Pacis di Roma fino al 4 ottobre 2026, con oltre duecento fotografie. Curata da Denis Curti, la mostra conclude il progetto espositivo passato da Venezia e Milano, ma nella tappa romana acquista una fisionomia particolare: alle opere più note si aggiunge infatti una selezione legata ai soggiorni italiani del fotografo, mentre il dialogo con due sculture antiche dei Musei Capitolini rende quasi inevitabile guardare quei corpi fotografati pensando al marmo.
Prima della perfezione c’era l’attrito
Il Mapplethorpe che ricordiamo è quello delle fotografie calibrate fino all’ultimo centimetro, dei fondi essenziali, dei bianchi e neri che sembrano aver eliminato qualsiasi elemento accidentale. Ma il percorso romano parte da un territorio più irrequieto.
Le opere giovanili mostrano un artista che sperimenta con assemblaggi e collage tridimensionali, immagini recuperate, materiali differenti, riferimenti erotici e religiosi. Prima che la fotografia diventi il suo linguaggio definitivo, esiste già il desiderio di mettere insieme ciò che normalmente preferiremmo tenere separato: sacro e sessualità, bellezza e disagio, eleganza e provocazione.
È importante partire da qui perché permette di comprendere meglio ciò che arriverà dopo. La perfezione di Mapplethorpe non nasce dalla ricerca di qualcosa di innocuo. Al contrario, sembra essere il modo attraverso il quale l’artista riesce a contenere tensioni molto più difficili. Anche quando fotograferà il desiderio nella sua forma più esplicita, continuerà a cercare ordine. Quasi fosse possibile mettere il caos perfettamente a fuoco.
Patti Smith, prima che diventassero Patti Smith e Mapplethorpe
Poi arriva Patti Smith, ed è impossibile guardare quelle fotografie senza percepire qualcosa che supera il rapporto tra fotografo e modella.
I due si erano conosciuti quando erano giovanissimi, poveri, ambiziosi e ancora lontani dalle figure che sarebbero diventati. Avevano condiviso camere, progetti, amicizia, amore e gli anni del Chelsea Hotel. Mapplethorpe fotografa Patti Smith prima e durante la costruzione della sua identità pubblica, ma nelle immagini rimane qualcosa di privato: la sensazione che chi sta dietro l’obiettivo conosca la persona davanti alla macchina fotografica anche quando non sta posando.
È una familiarità che non ha bisogno di diventare sentimentale. Mapplethorpe non addolcisce Smith. Ne conserva l’androginia, la durezza, la vulnerabilità e quella capacità quasi insolente di stare davanti all’obiettivo senza chiedergli il permesso.
Molto diversa è la relazione visiva costruita con Lisa Lyon, pioniera del bodybuilding femminile. Il suo corpo offre a Mapplethorpe un territorio perfetto per mettere in crisi le categorie: muscoloso e sensuale, potente e delicato, femminile senza corrispondere all’idea convenzionale di fragilità.
Davanti a Lyon il fotografo sembra chiedersi continuamente: quante forme può assumere un corpo senza smettere di essere lo stesso corpo?
La celebrità non interessa, il volto sì
Nelle sale incontriamo anche Yoko Ono, Robert Rauschenberg, Donald Sutherland, David Byrne, Richard Gere, oltre agli autoritratti dello stesso Mapplethorpe. Sono nomi che potrebbero facilmente trasformare una mostra in una parata di celebrità, ma accade quasi il contrario.
Mapplethorpe sembra poco impressionato dalla fama.
Il personaggio viene ridotto all’essenziale: una posizione delle spalle, un profilo, il modo in cui la luce raggiunge uno zigomo, il rapporto tra il nero dello sfondo e il bianco della pelle. La mostra comprende infatti ritratti, autoritratti, fotografie dedicate alle sue muse, nature morte floreali e immagini sensuali di corpi maschili e femminili, seguendo una ricerca in cui luce e geometria rimangono centrali. Ed è proprio questa continuità a diventare evidente attraversando le sale.
Mapplethorpe fotografa una persona famosa con la stessa concentrazione con cui fotografa una calla.
Il che, detto così, potrebbe non sembrare particolarmente lusinghiero per la persona famosa. Per la calla, invece, è un trionfo.
Fiori che sembrano corpi, corpi che sembrano sculture
Forse il punto più affascinante della mostra arriva quando smettiamo di distinguere nettamente i generi.
Una calla fotografata da Mapplethorpe non è semplicemente una natura morta. Lo stelo, la curva del fiore, l’apertura dei petali diventano anatomia. C’è sensualità, naturalmente, ma c’è soprattutto una concentrazione quasi ossessiva sulla forma.
Poi guardiamo un corpo. E succede il contrario.
La pelle perde parte della sua immediatezza carnale e diventa superficie, volume, materia. Un torso può ricordare una scultura; un braccio diventa una diagonale; la tensione di un muscolo costruisce l’immagine esattamente come lo stelo del fiore appena osservato.
Tra petalo e pelle non esiste una vera gerarchia.
Mapplethorpe applica lo stesso sguardo a entrambi: isola, illumina, elimina ciò che considera superfluo e aspetta che rimanga soltanto la forma. Ma sarebbe sbagliato pensare che questa precisione raffreddi completamente le fotografie. La tensione nasce proprio dal contrario: la composizione è controllatissima mentre ciò che rappresenta può essere profondamente fisico, erotico, vulnerabile.
All’Ara Pacis il corpo incontra il marmo
A Roma questo discorso assume inevitabilmente un significato diverso. Per la sezione dedicata al confronto con l’antico sono esposte anche due opere provenienti dai Musei Capitolini: una statua di Afrodite, datata tra la seconda metà del I secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C., e una statua di atleta del I secolo d.C., derivata da un originale greco del V secolo a.C.
Il confronto potrebbe sembrare quasi troppo perfetto. Mapplethorpe amava la scultura e molti dei suoi corpi sembrano costruiti proprio attraverso quella ricerca di equilibrio, proporzione e monumentalità che associamo alla tradizione classica. Ma l’accostamento funziona soprattutto quando non lo interpretiamo come un tentativo di conferire una patente di nobiltà alla fotografia.
Piuttosto, fotografie e statue sembrano interrogarsi reciprocamente. Quando un corpo reale diventa ideale? Quanto artificio serve per creare l’impressione della naturalezza? Dove termina la persona e comincia la forma?
Domande antiche, evidentemente. Solo che Mapplethorpe aveva una Hasselblad.
L’Italia che entra nell’obiettivo
La tappa romana introduce inoltre un nucleo specifico di immagini realizzate durante i soggiorni italiani del fotografo, tra Capri e Napoli, una selezione che documenta un rapporto con il nostro Paese finora meno conosciuto e che è stata pensata proprio per dialogare con il contesto dell’Ara Pacis.
Qui l’Italia non diventa la prevedibile successione di cartoline che potrebbe facilmente sedurre un fotografo straniero.
L’antico affiora nella vita quotidiana, nelle strade, nell’architettura, nelle posture, nel rapporto quasi inevitabile tra presente e ciò che era lì molto prima di noi. È un’Italia osservata da qualcuno che nella storia dell’arte non vede un repertorio da citare, ma un linguaggio ancora disponibile.
E a Roma il cortocircuito diventa particolarmente evidente: fuori dalla mostra c’è l’Ara Pacis, dentro ci sono i corpi di Mapplethorpe, e improvvisamente i secoli sembrano molto meno ordinati di quanto ci piaccia pensare.
La bellezza non deve necessariamente essere gentile
Robert Mapplethorpe morì a New York nel 1989, a 42 anni. La sua opera continua però a mettere in difficoltà una parola che utilizziamo con troppa facilità: bellezza. Perché nelle sue immagini il bello non coincide necessariamente con il piacevole.
Può essere erotico, austero, ambiguo, esplicito. Può assumere la forma di un fiore perfettamente illuminato o di un corpo che mette alla prova ciò che siamo disposti a guardare. La stessa mostra avverte della presenza di immagini di nudo esplicito. E forse proprio qui sta una delle ragioni per cui Mapplethorpe continua a essere così riconoscibile. Non fotografa la bellezza come qualcosa che incontra casualmente davanti all’obiettivo.
La costruisce. Decide dove deve cadere la luce, elimina il rumore, governa il gesto, controlla il fondo e porta il soggetto verso un punto di equilibrio quasi impossibile. Poi, quando tutto sembra finalmente perfetto, lascia entrare qualcosa che quella perfezione rischia di non riuscire più a contenere. Il desiderio. L’identità. Il tempo. La vulnerabilità di un corpo.
Per Mapplethorpe la bellezza è una forma esatta. Ma non è mai una forma innocente.
Immagine copertina: Orchids-1982-©-Robert-Mapplethorpe-Foundation





