Un romanzo pubblicato da Guanda che è elegia e cronaca, sguardo maschile e memoria sentimentale. Dove l’amore non salva, ma racconta

Ci sono libri che si leggono in apnea, spinti dalla trama. E poi c’è James Salter, che si legge in sospensione, come chi osserva il tempo fare il suo mestiere: passare.

Con Tutto quel che è la vita, pubblicato da Guanda, Salter ci accompagna attraverso quarant’anni di vita di un uomo qualsiasi, Philip Bowman, che in realtà è tutt’altro che qualsiasi. Sottotenente della Marina nel Pacifico nel 1944, editor nella New York letteraria del dopoguerra, amante, marito, osservatore del mondo. Il suo viaggio non è epico: è interiore, emotivo, intessuto di dettagli minuscoli e precisi come l’orlo di un vestito lasciato sul pavimento dopo una notte d’amore.

📚 Una vita fatta di passaggi, non di conquiste

La scrittura di Salter è come la vita del suo protagonista: non corre, scivola con misura.
Bowman attraversa paesi, conversazioni, camere d’albergo, matrimoni mal riusciti, relazioni brucianti e tenere, sempre sul crinale tra intimità e distanza.
Ma non cerca di dominare il proprio destino. Piuttosto, lo accoglie, lo osserva, a volte lo lascia correre via.

Quella che a prima vista sembra la storia di un uomo, è in realtà una cronaca sentimentale dell’intero secondo Novecento, vista da dentro. Dal Giappone alla Spagna, da Londra alla campagna americana, Bowman si muove in una geografia liquida di editori, mogli, amanti, stazioni ferroviarie e tavole apparecchiate, sempre con una sigaretta accesa e una battuta pronta che non verrà detta.

💔 Le donne di Bowman: presenza, ferite, nostalgia

Non c’è idealizzazione nel modo in cui Salter scrive l’amore. Ci sono, piuttosto, ritmi. Cadute. Imprecisioni.
Le donne che popolano la vita di Bowman non sono stereotipi. Sono, ciascuna, un riflesso diverso dell’eros, della compagnia, del rimpianto.
A volte una relazione dura un paragrafo. A volte, vent’anni. Ma ogni incontro lascia una traccia, come un profumo sugli abiti appesi all’ingresso.

✒️ Il mondo editoriale visto da chi ci sta dentro (ma un po’ anche fuori)

Bowman lavora nei libri. Ma non è il tipo di editor brillante da commedia romantica. È un professionista quieto, disilluso quanto basta, attento alle parole ma soprattutto a ciò che sta tra una parola e l’altra.
Salter usa il mondo editoriale come sfondo ironico e affettuoso, tra autori eccentrici, pubblicazioni disastrose, cene mondane e silenzi strategici. È un omaggio laterale, mai stucchevole, a un’epoca in cui fare libri era anche un po’ un’arte del vivere.

Alla fine, cosa resta?

“Tutto quel che è la vita” non ha un climax.
Non c’è un evento definitivo, un colpo di scena.
C’è l’eco lunga dei giorni, delle stanze, degli amori vissuti male e ricordati meglio.
C’è lo sguardo di un uomo che ha amato e perso e ritrovato mille volte, senza grandi proclami.
C’è, soprattutto, la scrittura come ultimo rifugio: l’unico strumento in grado di trattenere, seppur per poco, “quel che resta o vorremmo restasse”.

James Salter non urla. Ti sussurra.
E se ascolti bene, ti ricorda che la vita non è fatta solo di eventi.
Ma di senso, scampoli di grazia, e frasi che tornano alla mente a distanza di vent’anni.